Articolando
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In questo n. 17 ritroviamo la poetessa e scrittrice MARIA ELENA MIGNOSI PICONE con una sua recensione al libro di Lilly Petermann dal titolo "Ho incontrato un angelo".
Auguro a tutti voi una lieta lettura!
RECENSIONE
Presentiamo un’autrice al suo
esordio nel campo della letteratura. E’ questa la sua prima pubblicazione ma ce
ne sono in preparazione altre, un romanzo e una fiaba. Questo è un libro di
poesie alle quali fa seguito una breve operetta teatrale in tre piccole scene.
Ma non è recente il suo approccio
alla scrittura: la sua prima poesia risale all’età di quindici anni. E non è
solo la letteratura il campo cui si è dedicata ma anche l’arte, la musica e la
pittura. Ha studiato pianoforte e ha insegnato musica nelle scuole;
recentemente ha ricevuto un premio, per quanto riguarda la pittura, per un suo acquerello. Pittore era anche il
marito. Nella prefazione Alfio Inserra fa riferimento al marito che egli
conosceva direttamente, e
apprezzava molto sia come persona
che come artista.
L’autrice si chiama Lilly
Petermann. Dal cognome comprendiamo subito che le sue origini sono tedesche. E’
stato il bisnonno, che era professore in Germania, a venire in Italia; poi il
padre, che era ingegnere e viveva con la famiglia a Lecce, è stato trasferito
in Sicilia, e una volta venuto qui, non se ne volle andare più tanto rimase
affascinato dalla bellezza della nostra terra. Questo amore per la Sicilia, per
Palermo in particolare, dove furono trasferiti, lo trasmise alla figlia Lilly e
anche lei mise radici qui amando appassionatamente la nostra città. Quindi
ormai è da ritenere una di noi, se non altro per adozione: c’è venuta
piccolissima qui, in fasce, aveva appena diciotto mesi.
I tedeschi, è risaputo, amano
molto la Sicilia e inoltre se ci
pensiamo bene, di contro alla fama che hanno di essere freddi e rigidi, hanno
invece qualcosa in comune con noi siciliani: sono passionali. E che siano
passionali, già lo abbiamo appreso dalla
famosa saga dei Nibelunghi, scritta nel Medioevo, che costituisce il loro poema
epico, dove risaltano i sentimenti forti, anche eccessivi talora, sia nel bene
che nel male, sentimenti tenaci, che durano anche oltre la morte, e dove
la passione è la molla delle loro
azioni.
E così è la nostra Lilly. Una
donna che ha profuso in tutto
quello cui si è dedicata, grande passione.
Ma c’è un elemento che la caratterizza in particolare, qualcosa di
inconsueto, nel grado in cui è espresso, di personale, che difficilmente
riscontriamo in altri e che costituisce una novità, una sorpresa direi quasi.
E che cosa è? Di che si tratta?
Cominciando già a sfogliare le prime pagine, questo elemento risalta
efficacemente e si mantiene costante per tutto il libro, anche nella parte in
prosa delle scenette. Per capire meglio di che si tratta, basti pensare a
Giovanni Pascoli che mise in evidenza come nell’essere umano spesso si perpetua
nel corso della esistenza, quello che egli chiamava “l’eterno fanciullino”.
Ecco noi lo chiameremo “spirito d’infanzia”. E’ proprio questo che caratterizza
Lilly Petrmann e di riflesso la sua
opera, evidentemente. E’ lo spirito d’infanzia. Esso è molto più dell’eterno
fanciullino, ha qualcosa di molto più profondo.
Come sosteneva un santo, San
Iosemaria Escrivà de Balaguer, “La infanzia spirituale non è semplicioneria
spirituale né mollezza: è cammino saggio e vigoroso per la sua difficile
facilità”. Difficile facilità. Eh sì! Pensiamo alla semplicità e alla
naturalezza, tipiche dello spirito d’infanzia. Com’è difficile essere semplici e
naturali! Diceva Pirandello: “Troverai molte maschere ma pochi volti”. Come
poco le riscontriamo in quelli che ci circondano queste belle qualità! Ecco
Lilly ha tutto questo. E ce l’ha per natura, natura che non si è modificata con
gli anni, né si è alterata coi dolori, coi dispiaceri che la vita purtroppo
tante volte ci riserva (la morte del marito),
e neanche per la cattiveria di
qualche persona che ce la mette proprio tutta per nuocerci, per danneggiarci. E
qui c’è una figura del genere; è simboleggiata dalla suocera, (il che non è
detto: ci sono suocere bravissime, delle seconde mamme); qui non è specificato
che sia la sua né noi per discrezione vogliamo saperlo. Ma se non è la suocera
può essere qualsiasi altro, un falso amico, anche un fratello e certe volte,
sembra assurdo, anche il padre o la madre. C’è, speriamo non sempre, e speriamo
il meno possibile, qualcuno che nella esistenza si è proprio ripromesso di
piantare grane, direttamente o alle nostre spalle. E qui c’è questo spiacevole
personaggio. Risalta soprattutto nella operetta teatrale ma anche ricorre in
una poesia, La megera. Eppure, qual è
l’ atteggiamento di fronte a tanta cattiveria? La suocera infatti vuole
distruggere l’amore del figlio verso la moglie, e non fa altro che
disprezzarla, offenderla e calunniarla. Quale è la reazione che riscontriamo
qui? Beh, quella che potrebbero avere i bambini di fronte al lupo, all’orco o alla strega, delle
favole. Il bambino non odia, è innocente, il che significa che non
può, per la sua natura stessa, nuocere, non ha sentimenti di vendetta; il
bambino si stupisce e poi, se è confortato dall’affetto dei genitori, dal papà
e dalla mamma, insomma non gli fa né freddo né caldo. Lo prende come un giuoco.
E così lo prende Lilly. Sfido io a
trovare un adulto che, bersagliato di continuo dalla cattiveria di un altro
, prende il tutto con serenità e non
venga preso dalla tentazione di incattivirsi!
Ecco la difficile facilità.
Allora possiamo osservare che lo
spirito d’infanzia, diversamente da come
si potrebbe supporre, perché si tratta di bambini, non è affatto immaturità, ma
il contrario; quando lo si viva consapevolmente è padronanza. E’ signorilità.
E’ grande forza di animo.
Questo per dire che non ci
troviamo affatto di fronte ad una persona che prende le cose alla leggera. Ecco
il rischio che potrebbe correre questa opera è di essere giudicata leggera e
superficiale. Ma allora la leggerezza e la superficialità starebbe non in Lilly
ma in chi giudica; infatti ognuno vede nell’altro quello che ha dentro, e non
può vedere quello che non ha. Se uno non ha spirito d’infanzia non può vederlo
negli altri.
Ciò premesso passiamo ad un altro
chiarimento ancora. E partiamo da quello che Lilly Petermann non è. Infatti
tante volte si capisce meglio un concetto partendo da quello che è il
contrario. Lilly Petermann non è, come si potrebbe supporre dalla scenetta
finale che è sul tono dello scherzo, un’autrice comica. Con tutto il rispetto
verso il genere comico, (è più difficile
fare ridere che fare piangere), non è il suo caso. Ella non si prefigge
assolutamente di fare ridere, come il bimbo, che tante volte risulta
divertentissimo, ma non ci mette nessuna intenzione, lo fa con assoluta
naturalezza. E così è Lilly. Questo è spirito d’infanzia. Emerge anche qui. Per
approfondire meglio questo aspetto consideriamo la differenza tra allegria e
letizia. Quando pensiamo ad una persona allegra la immaginiamo subito ilare,
vivace. Però può essere solo apparente: il cuore può essere buio, nero come la
pece. Una persona lieta, magari è all’aspetto seria, però nel cuore è serena, di una serenità che nessuno le può
togliere, anche a prescindere dalle circostanze che possono essere pure
penose. Lilly Petermann in questo senso
è una persona ricca di letizia. Rientra nel secondo caso. Ecco perché non
l’accosterei agli autori comici. Siamo in tutt’altra sfera.
Lo spirito d’infanzia si
manifesta nel brio e nella gaiezza. Una poesia molto indicativa è Lella Lolla
Lalla, sono parole che sembrano messe in bocca proprio ad una bambina. “Io sono
/ una bella ragazzina, son Lella /…Io son più grande / e molto carina,/ son
Lalla /…Aspettate un momentino, / perbacco siamo in tre, / ci sono anch’io: /
Son Lolla a viso aperto / e birichino, / bella, disinvolta / e tutta brio”. Capite da qui su che tono
sono le sue poesie. Ancora in un’altra: “Marinarette, / libere, gioconde / e
birichine, / noi siam le sirenette / dell’acqua cristallina, /…cantiam/ la gaia
nostra canzone: / La vita è per noi / tanto amata, / ed è inghirlandata / di
gioia, d’amor / e di poesia”. Ecco, non
è che queste poesie suscitino il riso, no, ma suscitano gioia, gioia di vivere.
Letizia. Questa la ritroviamo pure in “Le fioraie di Sicilia”: “Di Sicilia noi
siam le fanciulle, / fra il sorriso siam nate tra i fior, / in una terra che è
tutta un incanto / e che è smagliante di mille color”, e ancora in altri versi
sempre della stessa poesia: “All’azzurro beato del cielo / l’inno dolce
sciogliamo / dal cor, / al bel sol che sorride, / cantiamo, chè letizia ci
ispira / ed amor”. Ecco la letizia. E’ la letizia l’atmosfera che aleggia in
tutta l’opera.
La letizia si manifesta ancora
nell’aver trovato l’affetto di un’amica: “Ho trovato una sorellina, /…/ La
sento così cara / e a me propizia / che ne invoco / con ardore la presenza / …
/ è la mia grande forza / ed ha per me /
tutta la sua tenerezza”; ancora nel ricordo della nonna, a proposito della
quale rievoca lo stupore per l’abito Ottocento che ella portava: ”Guarda un po’ / la mia cara nonnina / che cosa portava, /
guarda un poco / che vita, che gonna, che vesta si usava”. Da notare “vesta”.
Anche io, da bambina dicevo “vesta” e poi mi hanno insegnato che si dice “veste”. Mi ci sono ritrovata. E
dalla nonna alla Madonnina la cui statua si trovava nel giardino delle suore
dove andava a scuola da piccola: “Di giorno il sole ti bacia e canta: / Madre
dolcissima, tre volte santa. / La notte veglia bianca la luna, ti guarda e
dice: Madre sei pura: / e conclude: “A noi concedi, / e appaga il gran desìo, /
di vivere amando / sempre Dio”. E tutto è rivissuto nella letizia.
Anche il suo linguaggio com’è immediato,
fresco, spontaneo!
Ma se predomina nelle poesie il
brio, la gioia, la letizia, però Lilly Petermann è sensibile anche al dolore
altrui, se ne compenetra fino a sentire le stesse angosce che ad esempio si
impadroniscono delle donne quando, in riva al mare che si fa tempestoso,
aspettano i loro cari usciti nella notte per la pesca. “Ha triste cantilena, /
la sirena / che agghiacia / il cor.
/…Nel silenzio della sera, / là, lontano, / giù nel mare, / un singhiozzo /
s’ode ancora”.
Animo sensibile e delicato quello
di Lilly Petermann, che, pur non ignorando il dolore del mondo, però da questo
non si lascia sopraffare, e sorprendentemente mantiene intatta nel corso della
sua esistenza quella freschezza, quella gioia di vivere, che è propria di una
infanzia felice. E perciò inneggia alla stagione più ridente: “Primavera
/ di erbe vestita, / di gemme /e di fior. / E’ tornato Marzo, regna in
ogni cuor / la felicità.” E non poteva mancare
certamente la Sicilia: “Il cigno regale, / venuto dal mare, / ci porterà /
nell’Isola del sole, / affrettiamoci, affrettiamoci / ad andare”.
Gioia, amore, letizia; brio
gaiezza, semplicità e naturalezza. Tutto questo ci offre La nostra Lilly con questa
sua opera, che nella sua brevità, eppure risulta molto incisiva, si scolpisce
nell’animo e ti allaga il cuore di
letizia.
“Ho incontrato un angelo” è il
titolo del libro. Anche oggi ciascuno di noi può dire, avendo conosciuto lei:
“Sì, è vero, ho incontrato un angelo!”
E, da tutto quello che abbiamo
osservato fino ad ora, emergono in lei tante doti spirituali, la gioia,
l’amore, la dedizione; anche nella operetta finale, un personaggio, sbigottito
dalla cattiveria della suocera, (ma non tanto di questo quanto dal fatto che la
cattiveria è rivolta verso chi proprio non la merita), esprime il suo
disappunto con queste parole: “Ma lei, dottoressa, è così bella, giovane e di
grande famiglia! Ha ricevuto una educazione così raffinata e quante belle doti
ha!...quante spese di beneficenza fa…”. C’è anche questo nella vita. Proprio le
persone migliori, le più gentili, le più dolci, ricevono i peggiori
trattamenti. Sembra un paradosso ma è così, è realtà, purtroppo, e tante volte
dalle persone più vicine, dagli stessi familiari!
Un angelo dunque. Però certo non
siamo in paradiso, ma siamo sulla terra, non è tutto spirito l’angelo terreno,
ha anche la sua fisicità. E anche questo aspetto possiamo rilevare, nel libro,
ma quello che più lo mette in evidenza, oltre le poesie, sono le foto che
troviamo tra le pagine. In più di una foto Lilly è ritratta a tavola mentre gusta le prelibatezze che le
offrono. E anche questo è segno della positività del suo carattere. Amare la
buona tavola, saper gustare i sapori, gioire anche di queste piacevolezze è
indice di animo lieto, non certo cupo ed ombroso, che magari rimane del tutto
indifferente a questi piaceri. E anche
da qui balza evidente lo spirito d’infanzia. Quanto sanno gustare i bambini i
cibi buoni! In nessun’altra età, sicuramente, si gustano con tanto piacere.
Lo spirito dell’infanzia, come
semplicità e naturalezza, lo possiamo notare anche in altre foto, una è quella
che apre la raccolta, l’altra è in copertina. Sullo sfondo, in entrambe le
foto, la sua immagine si staglia sul verde della vegetazione, sui prati e sugli
alberi di un giardino. Ma quel che colpisce è il suo porgersi, con
atteggiamenti che non hanno niente di artificioso, ma sono molto spontanei; in
copertina poi è ritratta in una mossa
sbarazzina, aerea quasi, come di una che volesse ergersi in aria,
librarsi verso l’alto. Come in un
giuoco. Anche l’abbigliamento è molto semplice. Come i bambini quando
giocano all’aperto in campagna. Da notare ancora la sua foto sul retro della
copertina e l’abito dai colori vivaci, bianco e rosso, con collana verde. Vi si
riflette la pittrice e la sua passione
per i colori. Amare i colori è gioia, letizia. C’è chi veste sempre di scuro,
sempre di nero; proprio fa chiudere il cuore. Non così nella nostra Lilly, la
cui presenza già è un invito alla gioia. Nella poesia “Ho incontrato un
angelo”, Sergio, l’autore, così prorompe: “Lilly, tu sei il mio angelo
luminoso… amo starti vicino…e allora sento il cuore / di gioia palpitare: / sei
bella come la rara rosa del mare, / sei preziosa come la gemma più cara. /
Risplendi, o mia lucente stella, / delle
tue brillanti fulgide luci”. In questo nostro tempo in cui, già sin dal
mattino, quando si esce, si incontrano tanti visi lunghi, anche di giovani,
forse soprattutto, purtroppo, di giovani, in cui manca la speranza, non
c’è luce, allora una persona come Lilly
è come un augurio, una scossa elettrica, uno sprone.
Non per nulla nelle immagini ella è immersa
nel verde, e il verde è il colore della speranza.
E allora, come lei, diciamo
“Via!” a persone come la megera che invece dice: “Son venuta da paesi lontani /
seminando a piene mani / ansie, angoscie ed odii insani./ …tutti i vizi io ho
per figli /…/ Nel mio mondo / solo gemiti e lài / e disastri e guai… Nella
gente timorata / e nei cuori casti e buoni / so accendere le tentazioni / e le
più orribili passioni”. E conclude Lilly, e noi le facciamo eco: “Via vai, via
vai, via vai”!
Ben vengano dunque le persone
come la nostra Lilly, piena di gioia e di letizia!
Ben venga lo spirito d’infanzia!
E’ una ventata di aria fresca.
Maria Elena Mignosi Picone
(Nella foto: La poetessa e scrittrice Maria Elena Mignosi Picone autrice della recensione).