Orologio Digitale

domenica 26 marzo 2017

A PALERMO ALLA REAL FONDERIA : LA POESIA é PAROLA VII EDIZIONE A CURA DI GABRIELLA MAGGIO





DEDICATA A PINELLA BONGIORNO

28 Marzo 2017 ore 17,00 Reale Fonderia – Palermo

a cura di Gabriella Maggio
Sono presenti i poeti:
C. Amirante, Fr. Alaimo, B. Balistreri, T.Causi, R.M.Chiarello, L.Carmina, M.De Luca, F.Di Franco, C.Fucarino, Fr.Luzzio, G.Maccarone, P.Manzella, D.Martinez, E.Palazzolo, P.Pappalardo, R.M. Ponte, N.Romano, D.Scimeca.
Partecipazione degli allievi del Liceo Musicale Regina Margherita di Palermo, coordinati da Nunzia Luca
Organizzazione : Carmen Cutrera , Maria Di Francesco, Giovanna Gebbia, Gabriella Maggio, Antonella Saverino

 INGRESSO LIBERO.

venerdì 24 marzo 2017

A PALERMO AL LICEO DE COSMI RASSEGNA DI POESIA E MUSICA SICILIANA



Lunedì 27 marzo alle ore 11.00 al Liceo De Cosmi di Palermo in Via L. Ruggeri n. 15 
l'Accademia di Sicilia e Liceo De Cosmi vi invitano a : Rassegna di poesia e musica siciliana.


Ida Rampolla del Tindaro presenta il libro "Contraventu" di G. Pappalardo Ed. Arianna


L'autore parla sul tema "La storia della Sicilia nelle parole del suo dialetto"


Poesie dialettali recitate da Egle Mazzamuto e Giuseppe Pappalardo.


Canzoni siciliane di Egle Mazzamuto e Tobia Vaccaro.

Ingresso libero.

sabato 18 marzo 2017

ARTICOLANDO ( 6 ) : IL CULTO DI SAN GIUSEPPE di SARA FAVARO'








Articolando 


Articolando, e' una nuova rubrica, nasce per dar voce a tutti gli amanti della poesia, dell'arte, della storia,  della pittura, della critica letteraria attraverso recensioni, relazioni e articoli strettamente culturali. Chiunque volesse pubblicare può farlo mandando i propri scritti all'indirizzo di posta elettronica tonycausi@alice.it  grazie!




In questo n.6  troviamo la cantautrice e scrittrice SARA FAVARO' con un suo articolo dal titolo : Il culto di San Giuseppe. Felice lettura cari amici!







ll culto di San Giuseppe di Sara Favarò

La figura di San Giuseppe è per certi versi molto controversa. Del Santo di cui si parla molto in alcuni vangeli apocrifi, poche notizie riceviamo, invece, da quelli canonici. Nel nuovo testamento leggiamo di lui solo nel Vangelo di Matteo e in quello di Luca. Matteo scrive:
Ed ecco come Gesù Cristo fu generato: essendo stata sua madre fidanzata a Giuseppe, prima che essi abitassero insieme, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo. Ora, Giuseppe suo sposo, essendo giusto e non volendo esporla al pubblico discredito, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre egli meditava queste cose, ecco che un angelo del Signore gli apparve in sogno dicendogli: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria tua sposa, perché quel che in lei è generato è opera dello Spirito Santo; essa partorirà un figlio al quale tu porrai nome Gesù. Egli, infatti, salverà il proprio popolo dai suoi peccati”. Ora, tutto questo avvenne affinché si adempisse ciò che il Signore aveva detto per mezzo del profeta: “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio, e lo chiameranno Emmanuel”, che significa: “Dio con noi”. Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l’angelo del Signore gli aveva comandato e condusse presso di sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, cui egli pose nome Gesù.
Così viene descritta nel Vangelo di Luca la nascita di Gesù:
In quei giorni avvenne che uscì un editto di Cesare Augusto che ordinava il censimento di tutto l’impero. Questo primo censimento fu fatto mentre Quirino era governatore della Siria. E tutti andavano a farsi registrare, ciascuno nella propria città. Salì dunque anche Giuseppe dalla Galilea, dalla città di Nazaret, verso la Giudea, alla città di Davide che si chiama Betlemme – perché egli apparteneva alla casa e famiglia di Davide – per farsi registrare con Maria sua sposa, la quale era incinta. Ora accadde che, mentr’essi erano là, si compi il tempo in cui Maria doveva partorire; e diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia perché non c’era per essi posto nell’albergo.

Giuseppe, un uomo di stirpe reale, era discendente della dinastia di Davide, di professione era falegname o forse scalpellino, in ogni caso era un artigiano. Un uomo che sposò una donna bambina, che a quindici anni diventò madre. Padre di Gesù, ma putativo poiché colei che diventerà sua moglie, e che attende un figlio, non ha mai fatto l’amore né con lui né con altri. I testi biblici e apocrifi dicono infatti che Maria non conosce uomo.
Un uomo che viene scelto da Dio per essere il custode umano di suo Figlio, della qual cosa Giuseppe è informato, in visione, da un Arcangelo. Un uomo giovane o un vecchio? La tesi che viene privilegiata è quella del vecchio. Nel vangelo Storia di Giuseppe il falegname, è scritto che quando egli muore ha 111 anni e Gesù ne ha 18. Ma era davvero così vecchio Giuseppe o, come è ovvio pensare, la sua vetustà rende più credibile il fatto che non si sia mai accoppiato con la giovanissima Maria?
Dei quattro vangeli canonici solo due parlano di Giuseppe e non capiamo come una figura così importante sia stata relegata nei secoli a un ruolo secondario, prova ne sia anche la ufficializzazione del culto avvenuta così tardi.
Il culto di San Giuseppe incomincia a praticarsi in Oriente nel IX secolo e, un secolo dopo, anche in Occidente.
Nel XIV secolo si ebbe larga diffusione della devozione al Santo grazie all’interessamento di Pietro d’Ailly, dell’Abate Tritemio e di Giovanni Gersone, che sostennero il suo culto al Concilio di Costanza (1414–1418). Secondo il Messale Quotidiano grande promotore della sua immagine fu san Bernardino da Siena che ne esaltò “la fedeltà, la giustizia biblica, il silenzio adorante della volontà di Dio, l’obbedienza ispirata da grande fede”.
Bisogna aspettare, però, 500 anni perché San Giuseppe abbia diritto a essere festeggiato. Sarà Pio IX a dichiararlo, nel 1870, “Santo Patrono della Chiesa Universale”.In seguito Papa Giovanni XXIII farà inserire il nome di San Giuseppe nel Canone Romano.


Sara Favarò

( Nelle foto : SARA FAVARO' e la copertina del suo libro su San Giuseppe).

https://webmail.pc.tim.it/cp/imgalice/s.gif

venerdì 17 marzo 2017

A PALERMO ALLA MAGIONE TRADIZIONE SPETTACOLO E CUNTI DI SAN GIUSEPPE CON MARTA E SARA FAVARO'







La Magione si apre alla tradizione: La festa di San Giuseppe e del Papà


Giorno 19 Marzo 2017 a partire dalle ore 10:00, la Basilica Santissima Trinità di Palermo – La 

Magione, offre alla città numerose iniziative di promozione turistico culturale 

organizzate dall’Associazione Segno Indelebile.


In occasione della Festa di San Giuseppe la Chiesa della  Magione ospita la tradizione:                 
dalle ore 10:00 fino alle 20:00 oltre le consuete visite guidate, sarà possibile visitare una  mostra 

di artigianato, degustare il tipico tradizionale dolce le  sfinci di san Giuseppe.  Alle ore 18:00 

andrà in scena lo spettacolo dedicato ai “cunti” di San Giuseppe, tra versi e musiche popolari, 

cura di Sara Favarò e il soprano Marta Favarò.


Madrina della serata la celebre scrittrice e cantautrice Sara Favarò, sempre attenta alle radici 

della nostra cultura e delle nostre tradizioni.

La Chiesa situata nel quartiere della Kalsa è celebre esempio di arte arabo-normanna; tutti i 

giorni è possibile visitarla.

 I locali esterni e interni sono messi disposizione per fiere dell’artigianato, mostre, concerti e 

convegni, percorsi enogastronomici, oltre che per le visite guidate giornaliere (dalle 10:00 alle 

18:00 dal lunedì alla domenica, escluso il Lunedì mattina).  

Per partecipare allo spettacolo e degustare il dolce è previsto un contributo di 5 Euro. Il 

contributo sarà così suddiviso; una parte servirà a sostenere le spese dell’evento e una parte 

andrà in beneficienza in Chiesa.

Per contattare l’Associazione Segno Indelebile o avere ulteriori informazioni è possibile 

telefonare i seguenti numeri  3298490878 - 3290254994 oppure scrivere al seguente indirizzo 

email basilicadellamagione@gmail.com o  ass.segnoindelebile@gmail.com.

(Nella foto da sx la soprano Marta Favarò  a dx la cantautrice e scrittrice Sara Favarò).

martedì 14 marzo 2017

A PALERMO LA POETESSA E SCRITTRICE PALMA CIVELLO PRESENTA IL SUO LIBRO DI RACCONTI: "NODI DI DONNE"






Sabato 18 marzo alle ore 17.00 a Palermo presso la prestigiosa sede "Cantunera Fucina Culturale" sita in Piazza Monte Santa Rosalia, 12, la poetessa e scrittrice PALMA CIVELLO presenterà il suo ultimo libro di racconti "Nodi di donne" edizioni Drepanum, 2017, Trapani. 


Interverranno :

SARA CAPPELLO, artista, cantautrice e padrona di casa, che ha reso possibile la realizzazione di questo evento e che ha curato la prefazione del libro.

EMANUELE SINAGRA, medico e appassionato di letteratura, che presenterà il libro.

NINO BARONE, responsabile della "Drepanum", casa editrice del libro.

ELEONORA SINAGRA & CLAUDIA ROMANO, lettrici.


Un invito a partecipare. Ingresso libero.

domenica 12 marzo 2017

A SALEMI (TP) FESTA DI SAN GIUSEPPE 2017








FESTA DI SAN GIUSEPPE_CONTEMPORANEA TRADIZIONE
dal 12 al 19 Marzo 2017

con il patrocinio di
Assessorato regionale Turismo, Sport e Spettacolo

con il patrocinio di
Assessorato regionale Beni Culturali e dell'Identità siciliana

Città di Salemi
Assessorato alla Cultura, Turismo e Spettacolo
...
UNPLI Provinciale

Polo Museale Regionale d'Arte Moderna e Contemporanea Palazzo Belmonte Riso e Palazzo d'Aumale Terrasini

UniPa _ Dipartimento di Architettura

Rete museale e naturale belicina


PROGRAMMA
> CENE&ALTARI
1. Cena di San Giuseppe / Palazzo Comunale_ in Piazza Dittatura
a cura dell'Amministrazione comunale e con Ass. Nuova Sicilia Bedda

2. Cena di San Giuseppe/ Piazza Lampiasi_Chiesa di San Bartolomeo
a cura dell'Amministrazione comunale e con Ass.Culturale Pusillesi

3. Cena di San Giuseppe/ Via E. Fermi
a cura dell'Ass. AGA

4. Cena di San Giuseppe / Chiesa Maria SS. della Confusione_Rione Cappuccini
a cura della Parrocchia Maria SS. della Confusione

5. Cena di San Giuseppe / Via San Leonardo_Scuola Media "G. Garibaldi"
a cura dell'Istituto Comprensivo "G. Garibaldi"

6. Cena di San Giuseppe / Via Matteotti n°57
Famiglia Sparla - Bongiorno

7. Altare di San Giuseppe/ Piazza Libertà_Chiesa di Sant'Antonino
a cura della Caritas diocesana

8. Altare di San Giuseppe/ Piazza Libertà_sede Pro Loco
a cura della Pro Loco di Salemi

9. Altare di San Giuseppe/ Via Monaci, 16
a cura dell'Ass. Fedelambiente

10. Altare di San Giuseppe/ Viale Santa Ninfa, 32 (Gibellina)
Braceria da Palino di Massimo Pendola

Le visite agli altari e alle cene saranno possibili sino al 26 marzo


dal 14 al 26 marzo
> LABORATORI EDUCATIVI e DEL PANE
“EDUCATIONAL TRA LA SIMBOLOGIA DEI PANI E LE CENE”
in collaborazione con la Pro Loco di Salemi
su prenotazione al 329 1007776

“LABORATORIO DEI SAPERI E DEI SAPORI”
(per le scuole primarie)
a cura di Ass. Creative Lab
su prenotazione al 331 3191778


> Attività collaterali
Arte
12 marzo/ 9 aprile - Castello Normanno Svevo
RITUALITÀ, TRADIZIONE E CONTEMPORANEITÀ DEL PANE
a cura di Giuseppe Maiorana, in collaborazione con il Polo Museale Regionale d'Arte Moderna e Contemporanea_Palazzo Belmonte Riso e UniPA - Dipartimento di Architettura

Narrazioni
17 E 19 MARZO
SAN GIUSEPPE E LE PARTI, a cura di Giacomo Guarneri
a cura di Giacomo Guarneri, Ass. La pentola nera
in collaborazione con l'Ass. Peppino Impastato

Musica
dal 17-18-19 marzo - centro storico
Gruppi musicali on stage
Bande musicali locali itineranti
Gruppo Folkloristico Sicilia Bedda

Degustazioni
dal 17 al 19 marzo – Piazza Dittatura
LA PASTA CON LA MOLLICA E LE 101 PIETANZE DI SAN GIUSEPPE
a cura dell'Ass. Ristoratori Aliciensi

Saperi
dal 17, 18, 19 marzo - Piazza Alicia
MERCATINI DI PRIMAVERA – terza edizione
tra i saperi artigiani e i sapori dei produttori

17, 18, 19 marzo - chiostro Sant'Agostino
VILLAGIO DEI SAPERI E SAPORI DEI BORGHI
Mostra di acquerelli ed urban sketches
"I Borghi più belli d'Italia...in Sicilia" di Salvo Currò


ALTRE INIZIATIVE
> dal 12 al 26 marzo
Accompagnamento in città e alle Cene
a cura della Pro Loco e degli studenti dell'I.S.S “F. D'Aguirre” – Salemi

> dal 12 al 26 marzo
Percorsi accompagnati in bus posti limitati e su prenotazione:
1. Percorso urbano (Fornace Santangelo, Chiesa Maria SS. della Confusione, Scuola Media)
2. Percorso extraurbano (area archeologica di Mokarta_ Basilica di San Miceli)
a cura del Gruppo Archeologico XAIPE – infoline: 338 6432177

> 17_18_19 marzo
Piazza Dittatura
Percorso conoscitivo sulla pietra campanedda/ mostra fotografica e video 3D, a cura dell'Ass. Spazio Libero Onlus

> Dal 12 al 19 marzo
Spazi ex Chiesa Madre
Miniature e rivisitazione di una tradizione percorso didattico/artistico
a cura dell'Ass. Artistica Artemisia

> Dal 12 al 19 marzo
Spazi ex Chiesa Madre
Mostra fotografica sul pane di San Giuseppe a Salemi
a cura dell'Ass. Fotografica Controluce

> dal 17 al 19 marzo
Chiesa di Sant'Agostino, cripta
Mostra personale Girolamo Cipponeri

> dal 12 al 26 marzo
Via F. D' Auguirre _n°11
Mostra personale Il cuore nell'arte di Francesca Maltese

> dal 12 al 26 marzo
Piazza Libertà, n°8
Mostra "La FIDAPA A SALEMI... una realtà che dura da 30 anni"
a cura della FIDAPA

> 18 e 19 marzo
Parti di San Giuseppe tra gli Altari

> dal 12 al 26 marzo
Cena in miniatura cena, Biblioteca comunale "S. Corleo"
a cura Gruppo Archeologico XAIPE

> Archi e architetture di pane/centro storico
a cura della Pro Loco Salemi

> Architetture di pane_chiostro Sant'Agostino
a cura dell'Ass. Fedelambiente

> Architetture di pane _Piazza Alicia/ex Chiesa Madre
a cura degli Scout e Ass. Giovani di Don Bosco

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Durante le tre giornate del 17, 18 e 19 sarà previsto un servizio di bus-navetta
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12 MARZO
dalle h 8.00 _Piazza Libertà/Bosco Baronia/centro storico
Primo raduno dei Pani MBT Salemi
a cura dell'Associazione MTB Salemi

h 17.30_Castello Normanno Svevo | ARTE
Inaugurazione mostra
Ritualità, tradizione e contemporaneità del pane- terza edizione
a cura di Giuseppe Maiorana

13 MARZO
h 11.30_ Aula Magna Liceo Classico
Suggestioni gesuitiche nella genesi dei pani devozionali
incontro con Giovanni Isgrò, docente di Semiologia dello spettacolo_UniPA
a cura dell’IISS “F. D’Aguirre” Salemi

17 MARZO
h 9.30_Piazza Alicia | SAPERI
Apertura terza edizione Mercatini di Primavera

h 11.00_Chiostro Sant'Agostino | SAPERI
Apertura Villagio dei saperi e sapori dei Borghi
talk di presentazione con i sindaci e realtà territoriali

dalle h 12.00_Piazza Dittatura | DEGUSTAZIONI
La pasta con la mollica...e le 101 pietanze
a cura dell'Ass. Ristoratori Alicensi

h 17.00_centro storico | NARRAZIONI
Percorso itinerante
San Giuseppe e le parti
a cura di Giacomo Guarneri
produzione La pentola nera, in collaborazione con l'Ass. Peppino Impastato

h 19.00_Piazza Dittatura | MUSICA
Musica con i Zagara n'ciuri

18 MARZO
h 9.30_Piazza Alicia | SAPERI
Mercatini di Primavera

h 10.30_Centro Storico | MUSICA
Banda musicale "V. Bellini" - itinerante

h 11.00_Chiostro Sant'Agostino | SAPERI
Villagio dei saperi e sapori dei Borghi
talk con i sindaci e realtà territoriali

h 12.00_Chiesa di San Bartolomeo | CENE E ALTARI
Pranzo dei Santi
a cura dell'Amministrazione comunale con l'Ass. culturale Pusillesi

h 12.00_Via San Leonardo/Scuola Media "G. Garibaldi" | CENE E ALTARI
Pranzo dei Santi
a cura dell'Istituto Comprensivo "G. Garibaldi"

dalle h 12.00_Piazza Dittatura | DEGUSTAZIONI
La pasta con la mollica...e le 101 pietanze
a cura dell'Ass. Ristoratori Alicensi

h 18.00_Auditorium San Giovanni | MUSICA
Gruppo Folkloristico Sicilia Bedda

h 19.30_Piazza Dittatura | MUSICA
Oriana Civile canta la Sicilia
con Oriana Civile e Nino Milia
a cura dell'Ass. Culturale Tesori Nascosti


19 MARZO
h 9.30_Piazza Alicia | SAPERI
Mercatini di Primavera

h 11.00 _centro storico | MUSICA
Banda Musicale "Vincenzo Bellini"

h.11.00_Chiostro Sant'Agostino | SAPERI
Villagio dei saperi e sapori dei Borghi
talk con i sindaci e realtà territoriali

h 12.00_Piazza Dittatura/Palazzo Comunale | CENE E ALTARI
Pranzo dei Santi
a cura dell'Amministrazione comunale con l'Ass. Nuova Sicilia Bedda

h 12.00_ Chiesa di Maria SS. della Confusione | CENE E ALTARI
Pranzo dei Santi
Parrocchia Maria SS. della Confusione

h 12.00_Via Matteotti n°57 | CENE E ALTARI
Pranzo dei Santi
Famiglia Sparla - Bongiorno

h. 16.00_Piazza Dittatura
Collegamento via skype con la comunità salemitana in Canada

dalle h 16.00 _ Centro storico
I Giardinieri: antica maschera carnescialesca salemitana

h 17.00_Centro storico | NARRAZIONI
Percorso itinerante
San Giuseppe e le parti
a cura di Giacomo Guarneri
produzione La pentola nera, in collaborazione con l'Ass. Peppino Impastato

h 17.00_ centro storico | MUSICA
Street band
Ass. musicale Alberto Favara
h 19.15 _ Piazza Dittatura | MUSICA
Zajal Ensemble "SALEM"
(canti della tradizione siciliana, ebraica, araba e andalusa)
a cura dell'Ass. Culturale Tesori Nascosti

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IL PROGRAMMA POTREBBE SUBIRE VARIAZIONI PER CAUSE NON DIPENDENTI ALLA NOSTRA ORGANIZZAZIONE
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Info:
• UFFICIO TURISTICO
Piazza Libertà
tel. 0924 991400
ufficioturistico@cittadisalemi.it
www.livingsalemi.it
FaceBook: @culturaturismospettacolosalemi

• UFFICIO IAT PRO LOCO SALEMI
Piazza Libertà
tel. 0924 981426 - 329 1007776
www.prolocosalemi.it

ARTICOLANDO( 5 ) : UN ELABORATO DELLO SCRITTORE E POETA GINO PANTALEONE : JOSEPH SMITH E LA SCRITTURA CUNEIFORME




Articolando 


Articolando, e' una nuova rubrica, nasce per dar voce a tutti gli amanti della poesia, dell'arte, della storia,  della pittura, della critica letteraria attraverso recensioni, relazioni e articoli strettamente culturali. Chiunque volesse pubblicare può farlo mandando i propri scritti all'indirizzo di posta elettronica tonycausi@alice.it  grazie!



In questo n.5  troviamo lo scrittore e poeta GINO PANTALEONE con l'elaborato : Joseph Smith e la scrittura cuineiforme.  Buona lettura a tutti voi !


Joseph Smith e la scrittura cuneiforme (di Gino Pantaleone)
Palermo 7 Marzo 2017


I Sumeri furono gli inventori della scrittura che venne denominata cuneiforme, ritennero necessario inventare una maniera per affidare al futuro i loro testi. Questa non fu una scrittura o un sistema di scrittura creativo, fu un sistema di scrittura ripetitivo. Non fu composta da lettere ma da segni che si realizzarono, si ottennero, attraverso un particolare modo di composizione di tavolette di argilla nelle quali venivano incastonate delle canne, piccoli frammenti di canne di diverso spessore e di diversa altezza; questo diverso spessore e questa diversa altezza determinava una sorta di scrittura a cunei da cui il nome “cuneiforme”. Tale scrittura, ovviamente, come ha notato Pettinato, grande studioso del sistema mitico in generale e mesopotamico in particolare, facendo una sua esperienza in una biblioteca inglese, ebbe la necessità del sole, perché se non c’era il sole radente, se non c’era una fonte di luce non si riusciva a leggere. Ed ebbe nell’occhio la sua forza. La scrittura cuneiforme non concepì l’intervento dell’udito perché non era ripetuta attraverso lettere e sillabe, ma attraverso la forma che assumeva la scrittura sulla tavoletta. Cioè fu, in sostanza, una scrittura da leggere e non da tramandare oralmente. La ragione per cui fu inventata fu esclusivamente, quindi, per tramandarla ai posteri per cui possiamo capire che la scrittura mesopotamica-sumerica fu una scrittura estremamente limitante. Non ci fu alfabeto presso i Sumeri

La scoperta della cultura mesopotamica è relativamente recente. Pensiamo che nel 1968 è stato pubblicato a Parigi il testo fondamentale della cultura mesopotamica curato da Kramer e Bottero, quest’ultimo direttore del centro di studi specialistici antichi di Parigi, scuola di alta cultura, intitolato “Uomini e dei della Mesopotamia”, che raccoglieva tutti i testi apparsi nel corso del 1900 e che erano usciti dalle nebbie e dalle sabbie del deserto. Alla fine del 1800 fu scoperta la biblioteca di Ninive, semplicemente una sorta di grande antro sotto le dune con migliaia e migliaia di tavolette ammucchiate senza nessun ordine.




Joseph Smith un semplice impiegato del British Museum con la qualifica di bibliotecario, fu incuriosito da una moltitudine di tavolette accatastate nei magazzini del museo. Cominciò per curiosità, poi per passione, così a cercare di capire quale fosse il segreto di questa scrittura. Leggi oggi, leggi domani, riuscì a comprendere alcuni segni, alcuni simboli, e piano piano cominciò ad interpretare i caratteri ed il senso del contenuto delle tavolette. Si ritrovò, in pratica, ad avere un intero “retromuseo” pieno di tavolette che pervenivano continuamente dall’Iraq e a poco a poco cominciò a leggerle e a decifrarle. E’ chiaro che inizialmente fu molto perplesso; ogni tanto pero c’erano  elementi che lo riallacciavano ad un’altra tavoletta e da ciò capì che da una tavoletta all’altra c’erano dei rimandi. Così cominciò a dare un ordine mettendole una sull’altra. Con un lavoro che durò circa vent’anni, Smith ottenne una serie organizzata di tavolette che raccontavano delle storie che a poco a poco cominciò a ricostruire. Dobbiamo a Joseph Smith se noi possiamo leggere una delle più stupefacenti creazioni dello spirito umano. L’Epopea di Gilgamesh fu sostanzialmente trascritta da questo oscuro bibliotecario perché riuscì a decifrare tutto il racconto da milioni di tavolette. Grande lavoro di riordino; arrivò alla formazione e determinazione di una notevole quantità di miti mesopotamici. Dopo la sua prematura morte avvenuta a soli 36 anni, si cominciarono a pubblicare i primi risultati di questa prima ricerca. Intorno al 1915-20 si era già in grado di comprendere lo sviluppo della civiltà mesopotamica.

Quando si pubblicarono i primi risultati emersero temi così sorprendentemente familiari che indussero la società del tempo a riconsiderare l’autorevolezza della Bibbia quale fonte di verità storica.

In Germania nacque una controversia quando, il 13 gennaio 1902, il massimo studioso di assiriologia del tempo, Friedrich Delitzsch, lesse una relazione intitolata Babel und Bibel a un convegno della Società Orientale Tedesca, al quale era presente anche il Kaiser Guglielmo II. Questa lettura fu un evento storico. Le nuove ed esatte traduzioni di Delitzsch dimostravano che la Bibbia non fu, come si era fino ad allora creduto, il più antico libro del mondo, ma che era stata preceduta dalla letteratura di un’epoca anteriore. Esistevano grandi similitudini tra i due mondi antichi, ma l’Antico Testamento non poteva essere più considerato l’unica e assoluta rivelazione. Dunque l’opera di Delitzsch metteva in dubbio la fondamentale autorità della Bibbia. Lo shock prodotto da questa prima conferenza fu tale che un anno dopo il professore ne tenne un’altra, nella quale domandò ai teologi di assumere un atteggiamento più conciliante nei confronti delle sue affermazioni che essi consideravano un attacco ai testi biblici più amati e di stabilire delle regole per lo studio dell’assiriologia, nel quale non era necessario “ne accettare qualsiasi cosa ne trattare la Bibbia come immondizia”.*  Delitzsch, ovviamente perse la cattedra di assiriologia all’Università di Berlino. The Times, il giornale di Londra, pubblicò un lungo articolo in difesa di Delitzsch che affermò che il professore era stato vittima di un attacco del potere imperiale sufficientemente forte da fargli perdere la cattedra dell’Università di Berlino, perché, come semplice storico e assiriologo aveva osato entrare nel mondo delle conclusioni e delle ipotesi teologiche e religiose. Per tutto il XIX secolo la maggiore preoccupazione dei lettori era stata la legittimazione del libro sacro.

Che cosa raccontavano queste storie interpretate da Smith? Cose sbalorditive, cose stupefacenti. Parlavano della Genesi, l’Enuma Elis o Epopea della Creazione, dove c’erano incredibili parallelismi con la Genesi biblica. Parlavano, ad esempio, del Diluvio Universale. Il poema del Mito di Athrasis raccontava di un diluvio in termini esattamente identici a quelli del Vecchio Testamento, solo che al posto di Noè c’era quest’altro personaggio (Athrasis); Noè, per vedere se il diluvio era terminato, mandò fuori una colomba, Athrasis mandò un corvo, entrambi gli uccelli tornarono con un ramoscello di ulivo in becco, e l’unica differenza vera che si ha tra il racconto del Vecchio Testamento e la storia del Mito di Athrasis è che quest’ultimo fu scritto almeno 700 anni prima.

In ultimo, vorrei ricordare che nelle storie mesopotamiche c’è già scritto una storia simile al Cantico dei Cantici. C’è anche la storia di un vecchio paragonabile al Giobbe biblico con la stessa identica motivazione del giusto che soffre abbandonato dal dio. Altre coincidenze riguardano la provenienza dello stesso fondatore della tradizione ebraica: Abramo, nacque e visse a Ur, nota e mitica città mesopotamica.

Con ciò non ho voluto fare alcun panegirico o proselitismo intorno ad un Vecchio Testamento che ha le sue fonti e i suoi racconti indiscutibilmente veri. Ho voluto soltanto mettere in evidenza una realtà documentata che è stata oggetto (e continua ad esserlo) di discussioni tra archeologi, teologi, scienziati e storici sulla provenienza dei contenuti della collezione di libri ammessa nel canone delle diverse confessioni cristiane che forma la prima delle due parti della Bibbia.

Gino Pantaleone
                                                                                                    

 H. McCall, Miti mesopotamici, Oscar Mondadori, pagg. 23-24

A TERMINI IMERESE (PA) 8° RADUNO POETICO IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA 2017




Sono aperte le iscrizioni per partecipare all’ottava edizione del Raduno Poetico che si svolgerà domenica 26 marzo a Termini Imerese ed organizzato dall’Associazione Culturale Termini d’Arte in occasione della Giornata Mondiale della Poesia.

Programma: 
Ore 9:00, incontro dei partecipanti in P.zza Duomo, recente set cinematografico del film L'ora legale di Ficarra e Picone,  con l'accoglienza e saluti di benvenuto dalla presidente di Termini d’Arte, Rita Elia.
Ore 9,30- nel giardino di Villa Roberta ( presso Ristorante Moby Dick )
Saluti dall’Amministrazione Comunale
Ore 10,00- Coffè Break
Seguirà : il reading poetico  “Sotto un unico Cielo”
Presentatrice della manifestazione, l'attrice Katiuska Falbo
Intermezzo musicale con la cantante Giusy Cimino e la musicista Marinella Anello
Ospite d’eccezione il tenore Domenico Ghegghi
Ore 13,00-  Pranzo
Musica e possibilità di ballare
Ore 15,30- Presentazione dell’antologia “ Zampilli di Poesia” nata dal 7° Raduno.
Relatore: Prof. Giuseppe Bagnasco, interverrà l’editrice Arianna Attinasi.

A conclusione, tutti i poeti partecipanti riceveranno un omaggio a ricordo della giornata.
Si partecipa al Raduno con una sola lirica, in lingua italiana o in dialetto, preferibilmente a tema (l’universalità, la fratellanza, la diversità).

I Poeti,  le loro famiglie e quanti volessero vivere questa manifestazione, sono invitati a prenotarsi entro il 15 marzo 2017.

Per info e adesioni: Segreteria organizzativa di Termini d’Arte, cell.3297068021-3771921450 e-mail termini.darte@libero.it
 Tutti i poeti partecipanti, riceveranno, in seguito, l’omaggio del video Cd della giornata. Durante la manifestazione verranno esposte le opere pittoriche dell’artista Maria Antonietta Terrana.

domenica 5 marzo 2017

ARTICOLANDO ( 4 ) : DUE ELABORATI DEL POETA E TRADUTTORE MARCO SCALABRINO DEDICATI A ROSA BALISTRERI E UN' INTERVISTA IMMAGINARIA AL POETA SALVATORE CAMILLERI




Articolando 

Articolando, e' una nuova rubrica, nasce per dar voce a tutti gli amanti della poesia, dell'arte, della storia,  della pittura, della critica letteraria attraverso recensioni, relazioni e articoli strettamente culturali. Chiunque volesse pubblicare può farlo mandando i propri scritti all'indirizzo di posta elettronica tonycausi@alice.it  grazie!

In questo n.4  troviamo il  fine Poeta dialettale,  ottimo e originale traduttore e valente scrittore , Marco Scalabrino con due elaborati : uno dedicato alla grande cantautrice licatese Rosa Balistreri e l'altro riguarda un'intervista immaginaria fra lui e il poeta nisseno Salvatore Camilleri.  Buona lettura a tutti voi !









Rosa Balistreri
e il linguaggio nelle sue canzoni

di Marco Scalabrino


A fondamento di questo elaborato, volto a compendiare in poche cartelle rapide osservazioni inerenti al linguaggio e segnatamente alle formulazioni del dialetto siciliano corrente nelle canzoni di Rosa Balistreri, sono le stesure dei testi pubblicati a corredo dei compact disk: Amore tu lo sai la vita è amara, Terra che non senti, Noi siamo nell’inferno carcerati, Vinni a cantari all’ariu scuvertu. La figura di Rosa Balistreri nelle sue fattezze principali, la dura vicenda umana in una delle provincie più povere d’Italia, Agrigento, prima e la sofferta condizione di emigrata a Palermo e a Firenze poi, la parabola artistica fino a divenire “la voce più struggente e autentica di una Sicilia dolorante e umiliata, ma viva nella sua fierezza e nella sua dignità”, addirittura per definizione di Ignazio Buttitta “la cantatrice del Sud”, è già stata oggetto infatti di specifiche trattazioni. Su quelle quindi, scontato che, soppesa Salvatore Camilleri, “Non c’è versante espressivo senza versante umano, non c’è arte senza vita” e che l’arte, più che mai per Rosa Balistreri, “nasce sempre nell’ambito della sua dimensione storica, esistenziale e umana”, assodato che aspetto importante della vita di Rosa Balistreri è stato, sottolinea Francesco Giunta, l’insegnamento che ci ha lasciato, “il coraggio, la determinazione, l’ostinazione, il non piegarsi per riscattarsi volando al disopra dell’ignoranza e dell’arroganza, dell’ottusità e della prepotenza, dell’accondiscendenza e dell’omertà”, non mi attarderò ulteriormente.
Musica e testi tradizionali (con poche eccezioni) rielaborati da Rosa Balistreri e da Otello Profazio, si apprende dalle note di copertina di detti CD. “I testi da lei interpretati – asserisce Melo Freni – provengono in parte dalle raccolte del Favara, in parte li ha direttamente ripescati nell’entroterra siciliano dove le vecchie canzuni riescono ancora a ravvivare la fantasia di un popolo che vive attanagliato nelle antiche paure e sollecitato dall’antica rabbia. La sua matrice è quella dell’impegno sociale, dell’amore che consuma, del dolore.” E Orazio Barrese puntualizza: “La scelta dei testi non è stata facile per Rosa Balistreri che, assieme a Otello Profazio, ha avuto come riferimento principale le raccolte del Vigo, del Favara, del Pitrè, di Antonino Uccello, a parte taluni canti raccolti direttamente. Difficoltà perché di ogni canto vi sono innumerevoli variazioni sicché un verso, una strofa, un’ottava possono far parte di canzoni diverse sia per il tema che per il motivo musicale. Il testo di Buttana di to ma’ [ad esempio] è quello che Rosa Balistreri ha sentito cantare, quand’era bambina, al padre, ma molti dei distici che lo compongono sono presenti in numerosi altre canzoni. Analogo discorso va fatto per uno dei canti più noti: Amici chi ‘n Palermu jiti: quattro versi fanno parte dell’opera teatrale I mafiusi di la Vicaria [di Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca], rappresentata per la prima volta nel 1863, due versi sono nel canto La me liti, anch’esso in questa raccolta. Testi “corrotti”, dunque, e tuttavia dotati di enormi cariche emotive, espressioni di sentimenti drammaticamente autentici.”
L’endecasillabo di conseguenza, che della tradizione popolare siciliana è il verso principe, secondo Ungaretti “la combinazione elegante delle nostre parole”, la fa da padrone. Endecasillabi talune volte a rima baciata, più spesso a rima alternata; distici, Vinni a cantari all’ariu scuvertu, quartine, Mirrina, ottave di endecasillabi, Vurria fari un palazzu. Ecco, la gloriosa ottava siciliana, otto endecasillabi a rima alternata con schema strofico abababab (diversamente dall’ottava toscana, otto endecasillabi i primi sei a rima alternata e gli ultimi due a rima baciata con schema abababcc), apparsa in Sicilia nella seconda metà del Quattrocento, il cui antico nome era canzuna poiché essa era accompagnata (appunto) dal canto che ne permise la straordinaria diffusione in tutta l’Europa.
Vi è, in generale, in tutti i testi un buon registro ortografico.
Si appezzano la trascrizione per esteso degli articoli determinativi: li biddizzi, lu suli, la liggi, lu nfernu, nonché quella della preposizione più articolo: di la notti, pi lu patruni, a lu ventu, cu lu mari, di li turchi, nta li manu, nni li vecchi, lu mastru di la scola; accurata, altresì, l’enunciazione dell’aggettivo possessivo: nta sta funtana, sta vecchia, st’occhi, benché, per meri motivi di sillabe, di ritmo, si ricorra talora impropriamente, in luogo dell’aggettivo, al pronome possessivo: chistu duluri, la me Agatuzza nni mori chist’annu. Fra le rare eccezioni il raddoppio della consonante iniziale dell’avverbio cchiù, più.
Questione che concerne gli scriventi in dialetto siciliano è quella relativa all’uso del plurale in “a” dei sostantivi maschili il cui singolare finisce in i o in u. In Rosa Balistreri vi sono trona, jorna, mura, vrazza. Della materia si è occupato Salvatore Camilleri: dapprima nella sua Ortografia Siciliana, Edizione ENAL Arte e Folklore di Sicilia Catania 1976, e di recente, con rinnovato scrupolo, nella Grammatica Siciliana, Edizione BOEMI Catania 2002: “Di regola il plurale di tutti i nomi, sia maschili che femminili, termina in “i”; ad esempio: quaderni, casi, pueti, ciuri. Un certo numero di nomi maschili, terminanti al singolare in “u” fanno il plurale in “a” alla latina; sono nomi che di solito si presentano in coppia o al plurale: jita, labbra, corna, ossa, vudedda, coccia, gigghia, cuddara, pagghiara, linzola, dinocchia, cucchiara”. E insiste: “Molto più numerosi sono i plurali in “a” dei nomi maschili terminanti al singolare in “aru” (latino arius) significanti, in gran parte, mestieri e professioni”. Se ne elencano, fra gli oltre un centinaio rubricati in due pagine, i più comuni: ciurara, furnara, ghirlannara, jardinara, libbrara, massara, nutara, putiara, ruluggiara, tabbaccara, vaccara.
La perifrastica costituisce una prerogativa saliente della lingua siciliana proveniente dal Latino. Nel Siciliano, tuttavia, essa non è passiva come nel Latino e viene resa mutando l’ausiliare essere in avere. Il Latino mihi faciendum est in Italiano si rende con la perifrasi io debbo fare o altre analoghe, mentre il Siciliano lo volge in aju a fari. In Rosa Balistreri: t’haiu a lassari, haiu a diri, haiu a dari.  
Iu t’haiu a lassari, si mi nni vaju jò, tu t’abbatti nnarrè e ju nn’avanti. Iù, ju, , ièu, iò, jò, èu, sono alcune tra le svariate tipologie, qua e là usate in Sicilia, per esprimere il pronome personale io e ognuna di esse gli esperti hanno attribuito ad un determinato distretto geografico. E così, per dirla con Giorgio Piccitto e Giovanni Tropea e il loro monumentale Vocabolario Siciliano, la voce appartiene primariamente al circondario “TP 20”, ovvero, verifichiamo nel reticolato della cartina inclusa in quei tomi, alla punta occidentale della Sicilia, alla provincia di Trapani. Per contro, ad esempio, – si veda il medesimo Vocabolario –, la voce è localizzata nella circoscrizione “CT I, II”, ovvero Catania e l’area etnea.
Il Siciliano, notoriamente, è un dialetto il cui lessico, antico di centinaia di anni quando addirittura non di millenni, è sorretto da lemmi di origine greca, latina, araba eccetera, che ne comprovano la dovizia, la versatilità, la bellezza. In Rosa Balistreri, solo a mo’ di esempio, troviamo a l’ammucciuni, di nascosto, muccaturi, fazzoletto, criata, serva, arrassu, lontano, ni rincarca, ci opprime, m’allaminicu, mi struggo, scursuni, serpe, vardedda, basto, detta, debiti.
Cantu cantu, cu’ parla parla, banneri banneri. “Il raddoppiamento o la ripetizione di un avverbio (ora ora, rantu rantu) – evidenzia Luigi Sorrento nelle Nuove Note di Sintassi Siciliana – o di un aggettivo (nudu nudu, sulu sulu) comporta di fatto due tipi di superlativo: ora ora è più forte di ora e significa nel momento, nell’istante in cui si parla, nudu nudu è tutto nudo, assolutamente nudo. I casi di ripetizione di sostantivo (casi casi, strati strati) e di verbo (cui veni veni, unni vaju vaju) sono speciali del Siciliano. Strati strati indica un’idea generale d’estensione nello spazio, un’idea di movimento in un luogo indeterminato, non precisato, tanto che non può questa espressione essere seguita da una specificazione, come strati strati di Palermo. L’idea di “estensione” viene espressa dalla ripetizione del sostantivo, così originando un caso particolare di complemento di luogo mediante il raddoppiamento di una parola. La ripetizione del verbo si ha con la pura e semplice forma del pronome relativo seguita dal verbo raddoppiato. Cui veni veni intende chiunque venga, tutti quelli che vengono: il raddoppiamento del verbo, quindi, rafforza un’idea nel senso che la estende dal meno al più, la ingrandisce al massimo grado, anzi indefinitamente”.  
“Si potrà notare – assevera inoltre Orazio Barrese – che nei testi dialettali dei vari canti vi sono per uno stesso termine trascrizioni difformi (figliu e figghiu, per esempio). Ciò in quanto Rosa Balistreri canta i testi delle zone dove li ha appresi e si sa che notevoli sono talora le differenze tra zona e zona.” Taglia, ncagliasti, pigliati, vogliu, paglia, figli, megliu, muglieri, la forma prevalente è, nondimeno, gl, quella ovvero in uso nell’agrigentino da cui Rosa Balistreri proviene, ma anche figghiu, pigghi, sbagghiu vi compaiono.
Apocope, dal greco apokopé, indica la caduta di uno o più fonemi o sillabe alla fine di un parola. Ci su’ li guai, nun sugnu mortu no su’ vivu, du’ finestri … bene, perché, rispettivamente, apocope su’ per sunnu, su’ per sugnu e du’ per dui. Altrove, viceversa, nei casi di su picciridda sarebbe stato meglio su’ perché apocope per sugnu e di su morti sarebbe stato meglio su’ perché apocope per sunnu.

In chiusura, una singolarità: il testo Ntra viddi e vaddi che, con minime variazioni che non ne stravolgono il senso, viene riproposto, col titolo Storia da figghiuledda rubbata di pirati, dal gruppo milazzese Taberna Mylaensis nell’album Fammi ristari ‘nto menzu di to brazza del 1976, e la riproposizione dell’intero testo di Amici chi ‘n Palermu jiti, uno fra i più conosciuti ma anche belli e suggestivi: Amici amici chi ‘n Palermu jiti / mi salutati dda bedda citati / mi salutati li frati e l’amici / puru dda vicchiaredda di me matri. / Spiatinni di mia chi si nni dici / si li me cosi sunnu cuitati / ca siddu voli Diu comu si dici / pur’iu cci haju a jiri a libirtati.

Marco Scalabrino 









La Barunissa di Carini

Intervista immaginaria a Salvatore Camilleri


di Marco Scalabrino


MS. Professore Salvatore Camilleri, la ringrazio intanto per avere accolto la mia richiesta. Prima di affrontare l’argomento del nostro odierno incontro, ci parli un po’ di lei.
SC. Caro Scalabrino, cosa vuole che le dica? Lei sa bene che ho speso tutta la mia vita al servizio della Poesia e della poesia dialettale siciliana in specie.
MS. Possiamo nondimeno elencare, e succintamente commentare, i tratti e i titoli principali della sua lunga prassi di poeta e letterato?
SC. Sangu Pazzu, la mia prima opera risale agli anni 1944 - 45. Essa raffigurava in termini lirici il diario di chi, reduce dalla guerra, ha visto franare tutti i suoi sogni. Nel 1952 mi sono trasferito a Vicenza, per insegnarvi. Nel frattempo avevo iniziato a tradurre i classici, pubblicato sul quotidiano catanese Il corriere di Sicilia svariati articoli sui poeti siciliani del Cinquecento e del Seicento e recensito parecchi poeti contemporanei, fra i quali Giuseppe Mazzola Barreca, Carmelo Molino e Gianni Varvaro. Rientrato a Catania nel 1962, nel 1965, assieme con Mario Gori, ho fondato la rivista Sciara, cui hanno contribuito, tra gli altri, Leonardo Sciascia, Giuseppe Zagarrio, Giorgio Piccitto e Santo Calì. Nel 1966 ho pubblicato Ritornu e nel medesimo anno Sangu pazzu, ove la lingua non è catanese, né palermitana, ma rappresenta la koiné regionale, determinata dalla sola legge del gusto, in cui l’ortografia è quella della tradizione liberata dalle incoerenze, legata alla etimologia latina, ma non sorda al rinnovamento linguistico, e nel 1971 La Barunissa di Carini.
MS. Ecco, giusto La Barunissa di Carini vorrei che lei ci illustrasse.
SC. Dopo ci arriviamo. Nel 1975 Alfredo Danese decise di fondare e pubblicare la rivista Arte e Folklore di Sicilia e sulle pagine di quel periodico, dall’esordio e fino al 2008, hanno visto la luce decine e decine di miei saggi e interventi critici. Nel 1976 ho pubblicato Ortografia siciliana e nel 1979 Luna Catanisa, nella cui premessa ribadisco che non c’è risoluzione dei problemi formali senza risoluzione all’interno della coscienza, non c’è versante espressivo senza versante umano, non c’è arte senza vita: la poesia nasce sempre nell’ambito della sua dimensione storica, esistenziale e umana, non mai dall’esercizio fine a se stesso, dal nulla. È sempre stata mia convinzione peraltro che nessuno procede da solo né nella vita né per i sentieri della poesia, né mai poeta ha percorso la sua strada senza avere a fianco altri compagni di viaggio, altri poeti, senza ricevere e senza dare a quelli che vengono dopo e, nel 1983, ho dato alle stampe 70 POESIE, Federico Garcia Lorca nel siciliano di Salvatore Camilleri.
MS. Io posseggo una copia del suo MANIFESTO della nuova poesia siciliana, che ritengo sia una sorta di vangelo per ogni poeta, in dialetto o meno.
SC. Il MANIFESTO è un tomo in fotocopie di circa 500 pagine, del 1989, che raccoglie saggi, interventi critici, poesie dei quarantacinque anni precedenti, pressoché tutti editi su Arte e Folklore di Sicilia. Nel 1944, allorquando iniziai a scrivere in siciliano, avvertii subito la mancanza di un vocabolario. Quelli che trovai, non più in commercio ma in biblioteche pubbliche, erano vecchi di quasi un secolo, e praticamente inutili, in quanto si trattava di vocabolari siciliano-italiani. Mancava il vocabolario che mi occorreva, come mancava a coloro che scrivevano per il teatro, agli attori dialettali, agli studenti, ai moltissimi appassionati del dialetto: mancava un vocabolario italiano-siciliano, cioè uno strumento capace di aiutarmi concretamente in tutte le circostanze nelle quali non mi veniva in mente il corrispondente siciliano di un vocabolo italiano. Nel 1998 ho dato perciò alle stampe Il Ventaglio – Vocabolario Italiano-Siciliano. Nel 2001 è stata la volta di Lirici greci in versi siciliani, Archiloco, Mimnermo, Stesicoro, Alceo, Anacreonte, Simonide, Callimaco, Teocrito e altri, che ho tradotto affinché le mie traduzioni, come i miei versi, possano far parte della cultura siciliana. È stato un esercizio propedeutico fondamentale che, consentendomi di misurarmi con i poeti che traducevo, ha innalzato miei livelli di ispirazione, ha favorito la creazione di un mio linguaggio poetico, del linguaggio delle mie opere. Ho inoltre adattato in versi siciliani: l’Odissea di Omero (Musa, pàrrami tu di dd’omu, mastru / di tutti li spirtizzi, chi gran tempu /…), l’Eneide di Virgilio, Le Argonautiche di Apollonio Rodio, De Rerum Natura di Lucrezio, Saffo e Catullo e altresì poeti spagnoli e francesi e gli Arabi di Sicilia Ibn Hamdìs e Muhammad Iqbàl.
MS. Mi scusi se la interrompo. E la Grammatica siciliana?
SC. La Grammatica siciliana e i trenta volumi della Storia della poesia siciliana sono tra i miei ultimi lavori. La Grammatica siciliana riprende e amplia i problemi osservati nella Ortografia siciliana e li pondera, li sviscera in tutti i loro aspetti, alla luce dei contributi scaturiti dagli incontri con gli amici con cui se ne discuteva, tra i quali: Maria Sciavarrello, Antonino Cremona, Paolo Messina, e dello sprone incassato da Ignazio Pidone, Orio Poerio e Giovanni Cereda. Il penultimo capitolo di questa mia storia è del 2005: Gnura Puisia consegna quasi un ventennio di riflessioni, soste, incontri, avanzamenti in armonia con la condizione esistenziale del poeta, creatore per eccellenza, quindi innovatore, trasgressore e – nei limiti – anche programmatore. Le conquiste formali precedenti, con pochi aggiustamenti, rimangono le conquiste di sempre, divengono le colonne del tempio; il contenuto, pure attraverso gli assalti della sofferenza, continua sulle tracce iniziali: ’n-cerca di puisia, ‘n-cerca d’amuri pi canciari lu munnu a sumigghianza di lu me cori. Del 2007 è biribò che, asserisce Paolo Messina in prefazione, è “la summa di ogni escogitazione formale (dai versi liberi all’ottava siciliana) per indagare poeticamente ogni ramo del sapere”.
MS. E SICELIDES MUSAE …. come è venuto fuori?
SC. A 87 anni, nel 2008, esauritasi l’esperienza di Arte e Folklore di Sicilia ma non la mia voglia di impegnarmi, ho fondato a Catania con altri amici il bimestrale letterario SICELIDES MUSAE.
MS. Molto bene; grazie. Ci parli adesso de La Barunissa di Carini.
SC. Nell’estate del 1971 fui invitato da un libraio editore a preparare una nuova rielaborazione del testo della Baronessa di Carini e a premettervi un saggio introduttivo. Mi misi subito al lavoro e preparai l’opera, che apparve nel Dicembre dello stesso anno.   
MS. Con che accoglienza?   
SC. Dire che la stampa se ne sia interessata è un bugia. Bernardino Giuliana, però, incantò le platee di molte località della Sicilia con le sue magistrali interpretazioni, Fortunato Pasqualino mi comunicò che l’aveva letta con grande piacere, Lidia Alfonsi mi consigliò di trarne un film o uno sceneggiato televisivo.
MS. E, con tali favorevoli premesse, come finì?
SC. Finì che il libro non ebbe alcuna recensione, ma nel primo anno di vita, una poetessa venezuelana, Yuri Weky, ne fece una traduzione in spagnolo, verso la fine del 1972 Lucio Mandarà mi accennò della possibilità di realizzare uno sceneggiato per la televisione, e in seguito Massimo Mollica mi informò dell’approvazione del progetto e della sua prossima realizzazione.
MS. E dunque il giusto riconoscimento è arrivato?
SC. Non propriamente. Durante la presentazione in televisione dello sceneggiato fu fatto il mio nome come di chi è stato a interessarsi per ultimo della Baronessa di Carini, né una parola in più, nonostante durante le quattro puntate dello sceneggiato Paolo Stoppa parlasse spesso con le mie parole.
MS. Siamo alle solite: la fatica è nostra e i meriti altrui.
SC. In parte, sì. In effetti, con la proiezione dello sceneggiato qualche briciolo di notorietà venne anche alla mia opera. Giuseppe Bocconetti su Radio Corriere TV scrisse che “Salvatore Camilleri, sulla vicenda ha scritto un interessante volume al quale Mandarà si è rifatto”; Luigina Grasso su La Sicilia: “Salvatore Camilleri è insigne storico e dalla sua opera Mandarà e D’Anza hanno ampiamente attinto per il loro soggetto”; e Aurelio Rigoli, sul Giornale di Sicilia: “La Rai-TV ha utilizzato un recente lavoro di un autore catanese per la trasmissione televisiva”, ma mi ha rattristato che non abbia fatto il mio nome.
MS. Ma qual è la vicenda de La Barunissa di Carini?
SC. Il 4 dicembre 1563 viene consumato nel Castello di Carini un efferato crimine: vittima è la Barunissa, uccisore il padre. Questi, uno dei personaggi più potenti e prepotenti del regno, impone il silenzio su quei foschi fatti, nei quali è implicato l’onore della casata. Tutti i diaristi dell’epoca pertanto taceranno e si deve unicamente a un poeta, che elaborò un poemetto su quei tragici avvenimenti, se quella storia si diffuse nei secoli tanto da pervenire fino a noi.
MS. Professore Camilleri, chi era La Barunissa di Carini? E perché il padre la uccise?
SC. Caterina La Grua, giovane figlia del barone La Grua-Talamanca, “supremamente bella”, corteggiata dal cugino Vincenzo Vernagallo se ne innamora e gli si dà. Ma il barone, venutone a conoscenza per le confidenze di un frate “tristo, ingrato e invidioso”, cerca di uccidere l’amante, il quale riesce a fuggire e a rifugiarsi a Palermo; non fugge però Caterina, che viene uccisa e il cui sangue “si può ancora vedere a una parete della torre di Carini”.
MS. Io so che Salvatore Salomone-Marino …
SC. Prima di lui il Marchese di Villabianca, vissuto tra il 1700 e il 1800, e Lionardo Vigo, nel 1857, e successivamente Giuseppe Pitrè, nel 1870 e poi nel 1891, ne scrissero estesamente; il Pitrè prospettando l’ipotesi dell’uxoricidio. Ma, come comprova definitivamente il Salomone-Marino nel 1914 e io sostengo, la tesi è niente affatto condivisibile e suffragata. Il Salomone-Marino, sin dal 1867, raccolse prima un centinaio, poi circa cinquemila e infine qualcosa come ventimila versi e trecentonovantadue varianti, con i quali ricostruì il poemetto, in conformità alla verità storica che egli si era venuto formando e che i testi gli confermavano. In stagioni più recenti, Giuseppe Cocchiara, nel 1926, e Federico Di Maria, nel 1943, ristamparono rispettivamente le edizioni del 1914 e del 1873 del Salomone-Marino.
MS. Le rivolgo, a questo punto, la domanda delle domande: chi è l’autore de La Barunissa di Carini?
SC. La sua domanda è destinata a rimanere senza risposta. Si sono fatti alcuni nomi: Matteo Di Gangi, Antonio Veneziano, Geronimo D’Avila, Vincenzo Bosco, Mariano Bonincontro, Mariano Migliaccio, Tubiolo Benfare. Antonio Pagliaro, nel 1956, distinse due diverse personalità nell’autore del poemetto: il primo, quello, delicato e aulicizzante, della canzunedda rispittusa, esordio del componimento e dell’incontro fra il barone e la figlia; il secondo, ancorato alla tradizione popolaresca, quello delle altre parti. Tubiolo Benfare, per le considerazioni comparate che ho espresso nel libro, è l’unico che a mio avviso avrebbe potuto scrivere il poemetto.
MS. La sua ricostruzione, allora, a chi si rifà?
SC. Oltre a quelle menzionate, il poeta Vann’Antò, Giovanni Antonio Di Giacomo, approntò una edizione del poemetto e un ponderoso volume di Aurelio Rigoli contenente i ventimila versi e le trecentonovantadue varianti raccolti da Salomone-Marino uscì nel 1963. La ricostruzione del 1873 di Salomone-Marino costituisce, a parere mio, quanto di più autenticamente poetico ci abbia conservato la tradizione orale. Il compito che mi sono assunto è quello di ripresentare quel testo, possibilmente migliorato, liberandolo di molte delle sue incongruenze, facendo tesoro anche delle ricostruzioni di Luigi Galante, del 1909, e di Federico Di Maria. La mia rielaborazione è estetica e non filologica, ed è intesa a formulare un testo finalmente accessibile, un testo poetico e non folkloristico, un testo che ci restituisca il capolavoro della poesia siciliana popolare.
MS. Ma, ci sono dei suoi versi nella riedizione del 2005 della sua Barunissa?
SC. Non più di una decina; li troverà tra virgolette.
MS. E come è strutturata l’opera?
SC. Si articola in sette parti, denominate: La canzunedda rispittusa, L’amore, La morte, La mala nova, La mala sorte, La discesa all’inferno, Rimorso, preceduta ognuna da una rapida introduzione, una strofe per pagina, con commento esplicativo, brevi riferimenti storici e qualche nota estetica.
MS. Professore Camilleri la ringrazio di cuore per l’amabile conversazione, per le sue  appassionanti delucidazioni e le chiedo, in chiusura, che mi autorizzi a corroborare questo nostro colloquio con alcuni stralci della sua Barunissa di Carini.
SC. Va bene; li scelga lei stesso.   


Chianci Palermu, chianci Siracusa / ’n-Carini c’è lu luttu p’ogni casa. /
Attornu a lu Casteddu di Carini / ci passa e spassa un beddu Cavaleri, /
lu Vernagallu di sangu gintili / ca di la giuvintù l’onuri teni. /
“Amuri chi mi teni a to’ cumanni, / unni mi porti, duci amuri, unni?” /
Tutta la notti nsèmmula hannu statu: / la cunfidenza longa l’hannu a fari.  /
Lu munacheddu nisceva e ridia, / e lu Baruni sulu sdillinia. /
Afferra lu Baruni spata ed ermu: / “Vola, cavaddu, fora di Palermu!” /
Chianci Palermu, chianci Siracusa / ’n-Carini c’è lu luttu p’ogni casa. /
“Viju viniri na cavallaria… / Chistu è me patri chi veni pri mia! /
Viju viniri na cavallarizza…/ Chistu è me patri chi mi veni ammazza. /
Signuri patri, cchi vinistu a fari? / Signura figghia, vi vegnu a ‘mmazzari!” /
Lu primu corpu la donna cadìu, / l’appressu corpu la donna murìu; /
‘n-corpu a lu cori e ‘n-corpu ntra li rini, / povira Barunissa di Carini. /
Ora spaccatu è ddu filici cori, / e di lu chiantu Sicilia ni mori. /

Chianci Palermu, chianci Siracusa / ’n-Carini c’è lu luttu p’ogni casa.

Marco Scalabrino