Orologio Digitale

mercoledì 14 giugno 2017

ARTICOLANDO ( 10 ) :RECENSIONE DELLA POETESSA E SCRITTRICE MARIA ELENA MIGNOSI PICONE AL LIBRO "SULLA PORTA" DELLA POETESSA TERESA RICCOBONO










Articolando


Articolando, è una nuova rubrica per dar voce a tutti gli amanti della poesia, dell'arte, della storia, della pittura, della critica letteraria attraverso recensioni, relazioni e articoli strettamente culturali.
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In questo n. 10 troviamo la poetessa e scrittrice MARIA ELENA MIGNOSI PICONE con una sua recensione alla silloge "Sulla porta" della poetessa e scrittrice Teresa Riccobono, pubblicato dalle Edizioni Drepanum. Auguro a voi una buona lettura!






                                                           
Recensione  della poetessa e scrittrice Maria Elena Mignosi Picone alla silloge "Sulla porta" della poetessa Teresa Riccobono Edizioni Drepanum




Prendendo in esame la silloge poetica di Teresa Riccobono, che è con questa alla sua prima pubblicazione, rimaniamo immediatamente colpiti dalla immagine della copertina e dal titolo, che ci lasciano un po’ perplessi per quel vago senso di mistero che suscitano. Vi sono raffigurate una porta, che è chiusa, e una sedia, che è vuota, e il titolo è “Sulla porta”. Il tutto richiama vagamente una scena teatrale. Scarna, nuda, ma densa di significato. Ed è questo che andremo ad interpretare,  prendendo l’avvio proprio da qui perché, come capita per tutti i libri, è nella copertina che si trova la chiave di volta dell’intera opera.
Cominciando a sfogliare la silloge, ci imbattiamo subito in una poesia proprio dal titolo “Sulla porta”,  dalla quale evidentemente l’autrice ha desunto quello del libro. Essa ha inizio così: “Risalire / le scale del tempo / rientrare piano / …e sedersi sulla porta”. La poetessa inoltre vi accenna a “sogni d’infinito”, a “Ideali”, e chiude il componimento con queste parole: “…e ora, nei rari ritorni, / ora che è mio / il segreto delle radici / …ora, qui, soltanto / le ombre vacillano / al margine del pianto”. Ora subito balzano dai precedenti versi due elementi: le radici e i sogni.
Altre poesie insistono su un altro elemento che ha attinenza con i sogni, e cioè l’attesa. Ben due di queste portano il  titolo, “Attesa” e “Lunga attesa”. E spesso questa parola ricorre nei suoi versi: “Il cielo d’ognuno è qui, / in questa attesa, / in una strada curva / che arriva improvvisa / sotto l’arco del sogno”, o anche “Le tue mani, padre, / tiepide nicchie / dove potevo custodire i miei sogni /… e tu mi rispondi con un canto inaspettato, / che ripaga / mille anni d’attesa”.
Potremmo a questo punto azzardare una ipotesi: potrebbe la porta  rappresentare il passato e la sedia invece il futuro?
Però ci chiediamo: “Perché la porta è chiusa e la sedia è vuota?”. Chiusura e vuoto sono due fattori che esprimono negatività la quale richiama alla mente il pensiero, dalla connotazione altrettanto negativa, in genere,  sul tempo, di Sant’Agostino.  Il grande santo affermava che il passato non è più, il futuro non è ancora, e che dunque solo il presente esiste. In effetti in concreto è così: noi viviamo solo il momento attuale. Il passato si vagheggia nei ricordi, e il futuro nei sogni; ricordi che si ammantano di varie sfumature come la nostalgia o il rimpianto, e sogni che si accarezzano con la speranza di realizzarli ma che non sempre hanno buon esito perché, come  dice la nostra poetessa, “il tragitto di vita è brullo” ed essi talora “vanno per altre strade”.
Rimane solo di stare sulla porta. E’ qui che fluisce la nostra esistenza.  L’essere umano in fondo vive come sospeso tra passato e futuro e piantato proprio sulla porta. Nel presente. Questa posizione però non  è statica ma dinamica. Per comprendere questo concetto basti pensare al moto del pianeta per cui, pur stando fermi, in fondo ci si sta muovendo. Eh sì, perché, anche là, sulla porta, in ogni attimo, il futuro si fa presente e il presente passato.
Si avverte infatti in questa opera  di Teresa Riccobono, nell’apparente stasi (la porta chiusa, la sedia vuota) un dinamismo sotterraneo a livello sia materiale che spirituale, il quale si articola sia nel movimento del fluire del tempo (anche dei vari momenti della giornata), sia nella moltitudine dei ricordi, dei sogni, e in una vivacità di animo fervido e impaziente; così invece di dire “di sera” o di notte” la poetessa dice: “…saliva maliardo , / il canto salmastro della sera”, o “lentamente smemora la luce /…sale la sera emanando mestizia” o ancora “…giunge a piedi scalzi il silenzio della notte”, dove i verbi salire e giungere esprimono movimento; inoltre nella poesia “Altalena” leggiamo: “Un dolce cigolio / i miei piedini tesi / a scavalcare il mondo / e mio padre mi spingeva / a volare lungo la strada / di ginestre incantate / fin sopra il cancello / che tagliava lo sguardo / verso il mare “.  In “Anelito” scrive: “Ragazzina guardo il mare / languido d’azzurro / dietro la finestra di un pomeriggio domenicale, / …tolgo le scarpe / e tento di spiccare il volo, /…Quando le ali, quando?”
 Gli ardenti sogni, da fanciulla, certamente,  sono stati il preludio alla realizzazione della sua vita da adulta. E se oggi Teresa Riccobono ha raggiunto la posizione di docente nel liceo psicopedagogico ed è anche madre di famiglia, lo deve proprio a questi. Giovanissima infatti intraprende questo cammino: “…mio padre mi saluta con un cenno, / il liceo in città, / le supplenze sui monti, / l’amore che ti travolge e ti sorprende / e poi l’impegno, vivevo il mio tempo, / un tempo bello ed inquieto”. Oggi inoltre è poetessa e scrive in lingua e in dialetto; ha ricevuto lusinghieri apprezzamenti e importanti premi. Tutto questo come frutto della sua attività. I sogni comportano però oltre che ardore, anche un certa inquietudine, non si sa quel che accadrà. Non se ne ha la certezza.
Una poesia che sembra molto significativa nell’esprimere il senso di inquietudine che è propria del futuro-presente, del futuro che trasmuta in presente, cioè quella perplessità di fronte all’ignoto, al mistero, è la poesia “Oleandri” dove troviamo: “Oleandri in fila / nel sole / ai bordi del vuoto” , immagine che rievoca la siepe della poesia “L’infinito” di Giacomo Leopardi. E la nostra continua: “…i fiori e lo spazio / confine tra mare e cielo / e voi, oleandri della terra, / e un quesito sparito / per sapere / se lì c’è la fine”.
Ma se dal futuro, dai sogni, realizzati o meno, scaturisce in certo modo  il presente, anche il passato incide nel costruirlo. Così persone e luoghi balzano nella mente dell’autrice al ricordo del passato, della sua vita d’infanzia: “Le tue mani, padre, / tiepide nicchie / dove potevo / custodire i miei sogni”; “Mia madre non amava il Carnevale, / il chiasso vuoto la infastidiva”; “…eri Sara, la zia prediletta, / e noi, piccoli, i figli che non avesti”; ma anche la “…casa natale, / risveglio lento di campane / al canto dei galli /…passeggiate lungo i sentieri, / cadenzate dal bastone del nonno / e dai suoi racconti”; e il suo caro albero: “…vecchio ulivo / piantato dai miei padri, /…Tra gli squarci profondi  / trovo i graffiti dei miei anni / passati all’ombra dei tuoi silenzi”.
Dunque nella vita di Teresa Riccobono confluisce il passato nei  ricordi dell’infanzia della quale rimane in lei specialmente il senso della purezza: “Tornerò a te, / amato paese / della mia infanzia, / tornerò / alla fonte Mancusa / a bere nell’incavo roccioso, / cercando antiche purezze / di acque limpide di vena” e nella infanzia ha assaporato  il gusto della quiete, come  nella poesia “Al vecchio ulivo”: “Ora nella quieta oscurità / la voce del vento / si perde tra le case strette / e le bianche pietre del fiume, / inerme aspetto / di farmi ancora consolare / dalla tua pace antica”. La poetessa rifugge dalla frenesia della fretta: “…mi resta ancora / questo rispetto per la notte / e il vivere lento”.
Teresa Riccobono, nativa di Palermo, originaria dell’Albergheria, nutre amore profondo per la sua città, pur riconoscendone le  pecche: “Sto dietro la finestra / di questo inverno / a guardare da quassù  / la città amata, / immobile, chiusa / dietro portoni giganti, / che negano agli occhi / scatole miracolose di giardini”; Palermo “regina sonnolenta /…aquila morente”.
La Sicilia, l’Italia, l’Isola Tiberina, Ventotene e inoltre Parigi, riaffiorano nei ricordi di soggiorni, gite e viaggi, fatti nel corso degli anni.
Insiste certo particolarmente sulla sua terra, la Sicilia, mettendone in risalto le bellezze paesaggistiche: “D’estate mi porto alla torre, / …mi lascio dietro il chiasso vacanziero /…Seguo il sentiero di agavi e ginestre /…D’improvviso s’apre l’azzurro delle tue acque / …e l’occhio appagato spazia / fra il bianco delle case e le strade del porto, / spazia fin dove tu, mare, ti unisci al cielo”. Spesso ritorna insistente il mare con l’azzurro delle sue acque. E  anche il suo colore, il blu. “Aspettando il blu”, “i primordi del blu”.
Un altro elemento del paesaggio siciliano, questa volta però non della natura, che ricorre è la testimonianza di antiche civiltà, specialmente quella greca, nelle rovine archeologiche. E di certi luoghi rievoca pure il mito che li avvolge.”…scivola la barca sul fiume / sfiorando i papiri e /…avvolta nel lume del sogno / ritorna la voce di Ciane / che invano l’amica tentò di strappare / a Pluto divino, / preso d’amore”.
A questo punto viene spontaneo un accostamento, con un pittore però, precisamente coll’artista messinese Salvatore Caputo i cui dipinti hanno una caratteristica dominante: il blu che avvolge il paesaggio siciliano su cui si stagliano i ruderi della civiltà greca. Sono quadri meravigliosi, molto suggestivi, che trasportano in un’atmosfera di incanto.
Il suo spirito poetico  Teresa Riccobono lo manifesta nella capacità di incanto e di stupore: “…e adagio si rientrava / con l’ampia borsa / pesante di conchiglie, / di trepide attese, / di stupori senza fiato”; “Mi riposerò all’ombra del bosco / ammirando l’incanto / del vallone / finchè giungerà / la mia pace”; “…in silenzio aspetto, / pieni gli occhi di stupore”; “la veglia d’incanto”. Sono infatti incanto e stupore quegli stati d’animo che preludono allo sgorgare della poesia, in un animo sensibile. E la nostra autrice li ha manifestati sin da piccola.
Nella poesia “ L’ombra del tempo” scrive: “Triste ci si accorge  / dello sbiadir dei fiori, / d’amori e di memorie, / e il cuore rassegnato tace, / resta ancor questo stupore / che mi fa guardare il mare”
Ora possiamo osservare come  la poetessa metta in rilievo l’aspetto dolceamaro sia del mare che del tempo. A proposito del mare si esprime così: “Tu motore di civiltà, / tu, scrigno generoso, mi riporti le greche melodie, i richiami dei marinai / e le luci delle lampare che continuano / languide il disegno delle stelle”, e confida: “Ti amo quando calmo ti distendi, / quando come un cavaliere baci la terra, / ti amo quando ti culli fra spume di perle”, ma aggiunge: “La tua potenza mi spaventa, / mi spaventi quando scateni le tue forze / e impietoso trascini tra i neri vortici i miseri legni e le ultime speranze”. Dolceamaro anche il tempo: “Stillano i giorni il loro amaro miele”; “è prato di nuvole il tempo” che trascorre con la sua “luce fredda”, con il suo “canto cieco” e “Passano veloci gli anni, come i treni, saettando su binari levigati dal tempo”. Il trascorrere del tempo è lampante nella crescita dei figli: “…e penso ai nostri figli /  che dormivano al seno /…e ora son uomini e donne / e vanno per il mondo”. Allora potremmo identificare il tempo col fiume al quale la poetessa si rivolge con soavi accenti: “Dolce mio fiume / d’acque lunari, /…hai portato con te sorrisi e pianti”, nella poesia “C’è ancora tempo per il mare”.
Tempo e mare sono sempre in movimento, il tempo nel fluire dei giorni e delle stagioni. E scorre incessantemente. Si sente quasi riecheggiare il famoso detto del filosofo greco Eraclito: “panta rei”, “tutto scorre”.
Il passato, pur evanescente, però ogni essere umano lo porta dentro di sé. Ed è su questo che costruisce il suo presente. Rimangono le tracce, sono le radici. E sono queste che danno linfa e producono fiori e frutti. Così Teresa Riccobono porta impressa in sé dei suoi luoghi di origine, della sua amata Sicilia, la solarità. E inoltre l’anelito alla limpidezza, alla quiete, nello stupore e nell’incanto.
Ella riversa in quest’opera la sua vita e risalta indubbiamente come la protagonista perché tutto ruota intorno a lei. Però c’è, occulto e recondito un altro, diciamo, personaggio, che fa da co-protagonista. Dietro le quinte. E’ il tempo. Il suo scorrere, come il fiume, serpeggia nei versi, e allora Teresa Riccobono ci appare come la pianista che trae dalle note dello spartito la musica, perché le note delle sue parole generano una musica, ma una musica speciale, la musica del tempo. Come lo sciacquio del mare.

Maria Elena Mignosi Picone


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