mercoledì 5 gennaio 2022

ARTICOLANDO ( 44 ) : RECENSIONE DELLA PROF.SSA MARCELLA LAUDICINA ALLA SILLOGE POETICA "S'IO FOSSI LUCE" DELLA POETESSA MARIA ELENA MIGNOSI PICONE

 











Articolando, è una rubrica per dar voce a tutti gli amanti della poesia, dell'arte, della storia, della pittura, della critica letteraria attraverso recensioni, relazioni e articoli strettamente culturali.
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In questo n. 44 incontriamo la Prof.ssa Marcella Laudicina che recensisce la silloge poetica "S'IO FOSSI LUCE" Edizioni Carta e Penna della poetessa Maria Elena Mignosi Picone.
Buona lettura a tutti voi!

 

  

Recensione al libro “S'IO FOSSI LUCE"

di Maria Elena Mignosi Picone

Carta e Penna Edizioni  2021

Marcella Laudicina

 

L’ultima creazione poetica di Maria Elena Mignosi Picone, S’io fossi luce è un omaggio affettuoso e commosso dell’Autrice alla sorella Antonella, da poco scomparsa e a cui era estremamente legata. Sembra quasi che, con questa silloge, l’Autrice abbia idealmente voluto continuare il tenero colloquio con la sorella tanto amata. In questa silloge, infatti l’Autrice ha trasfuso sé stessa: la sua sensibilità, i suoi sentimenti, la sua visione del mondo e, soprattutto i suoi valori, tra cui, in primo luogo, la sua fede sincera, la sua fiducia in Dio, il suo totale affidarsi alla Sua volontà.               

       Il carattere combattivo, che l’Autrice rivela nell’affrontare le difficoltà della vita, trova, infatti sostegno nella fede, la quale fa svanire tutti i suoi timori e tutte le sue inquietudini.         La fiducia in Dio, per l’Autrice, è l’arma più efficace contro il male e le avversità: “Come guerriero/mi alzo al combattimento/perché la vita è una lotta...ma dico soprattutto: "Signore, la tua volontà sia fatta.”  (Ogni giorno); (Pietre pietre) ;(Corsa agli ostacoli) ;(Niente ti turbi, niente ti spaventi) ;(Spiraglio) (Le carezze di Dio) ;(Mi basta solo l’amore di Gesù) ;(L’amore di Dio); (Gesù);(Il tronco); (La fiducia in Dio). Illuminata dalla luce della fede, l’Autrice vorrebbe essere luce essa stessa. Luce che liberi il mondo dalle tenebre e dal pianto: “S’io fossi luce/squarcerei d’un colpo/tutte le tenebre/ che avvolgono il mondo... S’io fossi luce/abbraccerei/col mio manto///tutta l’umanità sommersa nelpianto.”(S’iofossiluce). Ed è infatti la luce la vera protagonista della silloge. La sorella è “nella luce/nello splendore dell’amore”, è “vestita di luce,” ed è essa stessa luce. Tutti possiamo, per l’Autrice, divenire luce, se seguiamo Cristo (Nella luce); (Tutta luce); (La luce); (L’umiltà e la carità).

   Attraverso il suo stile semplice e trasparente, l’Autrice esprime tutta la preziosità della sua anima, capace di sentimenti profondissimi. Il rapporto dell’Autrice con la sorella andava oltre il comune rapporto tra sorelle. Di quattro anni e mezzo più piccola, sorella tanto desiderata, è stata sua sorella-figlia e lei la sua tenera mammina (Sorella figlia).           L’autrice si è sempre spesa per la sorella e si addolora fortemente di non averla potuta assistere, causa covid, fino alla fine, quando, poco prima, invocava dai medici il conforto di una mano amica, che loro non negarono, ma che era comunque, per lei, insufficiente. "Quella mano mancata/ che ti avrei voluto dare /mi è rimasta come/ una ferita sanguinante” (Voleva la mano).Le sorelle erano così legate, che entrambe hanno avuto dei presentimenti, molto prima che la morte si presentasse. La sorella aveva sognato di stare in un luogo diverso con i genitori, senza però la sorella (Presentimento nell’animo di Antonella). L’Autrice era stata avvisata che qualcosa di spiacevole sarebbe accaduto, dalla voce grave della madre che la chiamava (La voce della madre) e dalla visione ripetuta del padre nel cielo: “A mezzo busto, /dall’aspetto serio/ma sereno” (Papà a mezzo busto).                                         

     Il dolore per la perdita dell’adorata sorella è grande per l’Autrice, anche perché, si sa, si ama maggiormente una persona cara, se ne sente di più l’assenza, soprattutto quando viene a mancare. Consola però l’Autrice il fatto che ella si trovi in Paradiso, nel quale, sicuramente i suoi intensi desideri spirituali saranno appagati: “Ora che sei morta/ sei viva più che mai. / Hai raggiunta quella pienezza/ che inseguisti sempre/ senza mai raggiungerla” (Viva più che mai).                       

    Vorrei mettere in rilievo l’estrema levità e bellezza della lirica intitolata, Affacciati alla finestra. Toccante nella sua semplicità, in essa   l’Autrice prega la sorella di affacciarsi alla finestra del Cielo per chiederle: “Come stai? Con chi sei?  cosa fai?”. Un sogno le comunica che la sorella sta bene ed è accanto alla madre che si prende amorevolmente cura di lei (Affacciati alla finestra).

         Poiché riteniamo, come già soprascritto, che, in questa raccolta, l’Autrice abbia quasi voluto dare una ideale continuità al colloquio con l’adorata sorella, trasfondendo in essa la sua personale visione della vita, ci sembra opportuno sottolineare la bellezza anche di due altre liriche abbastanza originali, che ben delineano la sensibilità dell’Autrice.

      La prima è una lirica dedicata al nostro caro Franco Battiato, da poco scomparso. In essa, con estrema convinzione, ella afferma che Franco Battiato è bello, di una bellezza terrena e spirituale a un tempo, che diventa sempre più pura con l’età. Nella seconda afferma a chiare lettere che, per lei, scrivere recensioni è come pregare, in quanto cerca sempre di comprendere a fondo l’anima di chi scrive,  

                                                        

                                                                                  Marcella     Laudicina  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            



sabato 1 gennaio 2022

MESSAGGIO DI FINE ANNO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SERGIO MATTARELLA

 

 

Care concittadine, cari concittadini, ho sempre vissuto questo tradizionale appuntamento di fine anno con molto coinvolgimento e anche con un po’ di emozione.

Oggi questi sentimenti sono accresciuti dal fatto che, tra pochi giorni, come dispone la Costituzione, si concluderà il mio ruolo di Presidente.

L’augurio che sento di rivolgervi si fa, quindi, più intenso perché, alla necessità di guardare insieme con fiducia e speranza al nuovo anno, si aggiunge il bisogno di esprimere il mio grazie a ciascuno di voi per aver mostrato, a più riprese, il volto autentico dell’Italia: quello laborioso, creativo, solidale.

Sono stati sette anni impegnativi, complessi, densi di emozioni: mi tornano in mente i momenti più felici ma anche i giorni drammatici, quelli in cui sembravano prevalere le difficoltà e le sofferenze.

Ho percepito accanto a me l’aspirazione diffusa degli italiani a essere una vera comunità, con un senso di solidarietà che precede, e affianca, le molteplici differenze di idee e di interessi.

In questi giorni ho ripercorso nel pensiero quello che insieme abbiamo vissuto in questi ultimi due anni: il tempo della pandemia che ha sconvolto il mondo e le nostre vite.

Ci stringiamo ancora una volta attorno alle famiglie delle tante vittime: il loro lutto è stato, ed è, il lutto di tutta Italia.

Dobbiamo ricordare, come patrimonio inestimabile di umanità, l’abnegazione dei medici, dei sanitari, dei volontari. Di chi si è impegnato per contrastare il virus. Di chi ha continuato a svolgere i suoi compiti nonostante il pericolo.

I meriti di chi, fidandosi della scienza e delle istituzioni, ha adottato le precauzioni raccomandate e ha scelto di vaccinarsi: la quasi totalità degli italiani, che voglio, ancora una volta, ringraziare per la maturità e per il senso di responsabilità dimostrati.

In queste ore in cui i contagi tornano a preoccupare e i livelli di guardia si alzano a causa delle varianti del virus - imprevedibili nelle mutevoli configurazioni - si avverte talvolta un senso di frustrazione.

Non dobbiamo scoraggiarci. Si è fatto molto.

 I vaccini sono stati, e sono, uno strumento prezioso, non perché garantiscano l’invulnerabilità ma perché rappresentano la difesa che consente di ridurre in misura decisiva danni e rischi, per sé e per gli altri.

Ricordo la sensazione di impotenza e di disperazione che respiravamo nei primi mesi della pandemia di fronte alle scene drammatiche delle vittime del virus. Alle bare trasportate dai mezzi militari. Al lungo, necessario confinamento di tutti in casa. Alle scuole, agli uffici, ai negozi chiusi. Agli ospedali al collasso.

Cosa avremmo dato, in quei giorni, per avere il vaccino?

La ricerca e la scienza ci hanno consegnato, molto prima di quanto si potesse sperare, questa opportunità. Sprecarla è anche un’offesa a chi non l’ha avuta e a chi non riesce oggi ad averla.

I vaccini hanno salvato tante migliaia di vite, hanno ridotto di molto – ripeto - la pericolosità della malattia.

Basta pensare a come l’anno passato abbiamo trascorso le festività natalizie e come invece è stato possibile farlo in questi giorni, sia pure con prudenza e limitazioni.

La pandemia ha inferto ferite profonde: sociali, economiche, morali. Ha provocato disagi per i giovani, solitudine per gli anziani, sofferenze per le persone con disabilità. La crisi su scala globale ha causato povertà, esclusioni e perdite di lavoro. Sovente chi già era svantaggiato è stato costretto a patire ulteriori duri contraccolpi.

Eppure ci siamo rialzati. Grazie al comportamento responsabile degli italiani – anche se tra perduranti difficoltà che richiedono di mantenere adeguati livelli di sicurezza - ci siamo avviati sulla strada della ripartenza; con politiche di sostegno a chi era stato colpito dalla frenata dell’economia e della società e grazie al quadro di fiducia suscitato dai nuovi strumenti europei.

Una risposta solidale, all’altezza della gravità della situazione, che l’Europa è stata capace di dare e a cui l’Italia ha fornito un contributo decisivo.

Abbiamo anche trovato dentro di noi le risorse per reagire, per ricostruire. Questo cammino è iniziato. Sarà ancora lungo e non privo di difficoltà. Ma le condizioni economiche del Paese hanno visto un recupero oltre le aspettative e le speranze di un anno addietro. Un recupero che è stato accompagnato da una ripresa della vita sociale.

Nel corso di questi anni la nostra Italia ha vissuto e subito altre gravi sofferenze. La minaccia del terrorismo internazionale di matrice islamista, che ha dolorosamente mietuto molte vittime tra i nostri connazionali all’estero. I gravi disastri per responsabilità umane, i terremoti, le alluvioni. I caduti, militari e civili, per il dovere. I tanti morti sul lavoro. Le donne vittime di violenza.

Anche nei momenti più bui, non mi sono mai sentito solo e ho cercato di trasmettere un sentimento di fiducia e di gratitudine a chi era in prima linea. Ai sindaci e alle loro comunità. Ai presidenti di Regione, a quanti hanno incessantemente lavorato nei territori, accanto alle persone.

Il volto reale di una Repubblica unita e solidale.

È il patriottismo concretamente espresso nella vita della Repubblica.

La Costituzione affida al Capo dello Stato il compito di rappresentare l’unità nazionale.

Questo compito - che ho cercato di assolvere con impegno - è stato facilitato dalla coscienza del legame, essenziale in democrazia, che esiste tra istituzioni e società; e che la nostra Costituzione disegna in modo così puntuale.

Questo legame va continuamente rinsaldato dall’azione responsabile, dalla lealtà di chi si trova a svolgere pro-tempore un incarico pubblico, a tutti i livelli. Ma non potrebbe resistere senza il sostegno proveniente dai cittadini.

Spesso le cronache si incentrano sui punti di tensione e sulle fratture. Che esistono e non vanno nascoste. Ma soprattutto nei momenti di grave difficoltà nazionale emerge l’attitudine del nostro popolo a preservare la coesione del Paese, a sentirsi partecipe del medesimo destino.

Unità istituzionale e unità morale sono le due espressioni di quel che ci tiene insieme. Di ciò su cui si fonda la Repubblica.

Credo che ciascun Presidente della Repubblica, all’atto della sua elezione, avverta due esigenze di fondo: spogliarsi di ogni precedente appartenenza e farsi carico esclusivamente dell’interesse generale, del bene comune come bene di tutti e di ciascuno. E poi salvaguardare ruolo, poteri e prerogative dell’istituzione che riceve dal suo predecessore e che – esercitandoli pienamente fino all’ultimo giorno del suo mandato - deve trasmettere integri al suo successore.

Non tocca a me dire se e quanto sia riuscito ad adempiere a questo dovere. Quel che desidero dirvi è che mi sono adoperato, in ogni circostanza, per svolgere il mio compito nel rispetto rigoroso del dettato costituzionale.  

È la Costituzione il fondamento, saldo e vigoroso, della unità nazionale. Lo sono i suoi principi e i suoi valori che vanno vissuti dagli attori politici e sociali e da tutti i cittadini.

E a questo riguardo, anche in questa occasione, sento di dover esprimere riconoscenza per la leale collaborazione con le altre istituzioni della Repubblica.

Innanzitutto con il Parlamento, che esprime la sovranità popolare.

Nello stesso modo rivolgo un pensiero riconoscente ai Presidenti del Consiglio e ai Governi che si sono succeduti in questi anni.

La governabilità che le istituzioni hanno contribuito a realizzare ha permesso al Paese, soprattutto in alcuni passaggi particolarmente difficili e impegnativi, di evitare pericolosi salti nel buio.

Ci troviamo dentro processi di cambiamento che si fanno sempre più accelerati.

Occorre naturalmente il coraggio di guardare la realtà senza filtri di comodo. Alle antiche diseguaglianze la stagione della pandemia ne ha aggiunte di nuove. Le dinamiche spontanee dei mercati talvolta producono squilibri o addirittura ingiustizie che vanno corrette anche al fine di un maggiore e migliore sviluppo economico. Una ancora troppo diffusa precarietà sta scoraggiando i giovani nel costruire famiglia e futuro. La forte diminuzione delle nascite rappresenta oggi uno degli aspetti più preoccupanti della nostra società.

Le transizioni ecologica e digitale sono necessità ineludibili, e possono diventare anche un’occasione per migliorare il nostro modello sociale.

L’Italia dispone delle risorse necessarie per affrontare le sfide dei tempi nuovi.

 Pensando al futuro della nostra società, mi torna alla mente lo sguardo di tanti giovani che ho incontrato in questi anni. Giovani che si impegnano nel volontariato, giovani che si distinguono negli studi, giovani che amano il proprio lavoro, giovani che – come è necessario - si impegnano nella vita delle istituzioni, giovani che vogliono apprendere e conoscere, giovani che emergono nello sport, giovani che hanno patito a causa di condizioni difficili e che risalgono la china imboccando una strada nuova.

I giovani sono portatori della loro originalità, della loro libertà. Sono diversi da chi li ha preceduti. E chiedono che il testimone non venga negato alle loro mani. 

Alle nuove generazioni sento di dover dire: non fermatevi, non scoraggiatevi, prendetevi il vostro futuro perché soltanto così lo donerete alla società.

Vorrei ricordare la commovente lettera del professor Pietro Carmina, vittima del recente, drammatico crollo di Ravanusa. Professore di filosofia e storia, andando in pensione due anni fa, aveva scritto ai suoi studenti: “Usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha. Non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi. Infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non adattatevi, impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa. Voi non siete il futuro, siete il presente. Vi prego: non siate mai indifferenti, non abbiate paura di rischiare per non sbagliare…”.

Faccio mie – con rispetto – queste parole di esortazione così efficaci, che manifestano anche la dedizione dei nostri docenti al loro compito educativo.                                    

Desidero rivolgere un augurio affettuoso e un ringraziamento sincero a Papa Francesco per la forza del suo magistero, e per l’amore che esprime all’Italia e all’Europa, sottolineando come questo Continente possa svolgere un’importante funzione di pace, di equilibrio, di difesa dei diritti umani nel mondo che cambia.

Care concittadine e cari concittadini, siamo pronti ad accogliere il nuovo anno, ed è un momento di speranza. Guardiamo avanti, sapendo che il destino dell’Italia dipende anche da ciascuno di noi.

Tante volte abbiamo parlato di una nuova stagione dei doveri. Tante volte, soprattutto negli ultimi tempi, abbiamo sottolineato che dalle difficoltà si esce soltanto se ognuno accetta di fare fino in fondo la parte propria.

Se guardo al cammino che abbiamo fatto insieme in questi sette anni nutro fiducia.

L’Italia crescerà. E lo farà quanto più avrà coscienza del comune destino del nostro popolo, e dei popoli europei.

Buon anno a tutti voi!

E alla nostra Italia!    

Il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella

 

domenica 9 maggio 2021

ARTICOLANDO ( 43 ) : RECENSIONE DEL POETA E SCRITTORE ANTONINO CAUSI ALLA RACCOLTA POETICA "IL LIBRO DI CALIPSO E ALTRE STORIE" DI FABRIZIO SAPIO

 


 
 

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In questo n. 43  il poeta e scrittore Antonino Causi recensisce il libro di poesie “IL LIBRO DI CALIPSO E ALTRE STORIE” del poeta Fabrizio Sapio.
Lieta lettura a tutti voi!

 

 

 

Recensione al libro “IL LIBRO DI CALIPSO E ALTRE STORIE”

di Fabrizio Sapio

Spazio Cultura edizioni, aprile 2021

Antonino CAUSI

 

La raccolta poetica del raffinato autore Fabrizio Sapio dal titolo: “Il libro di Calipso e altre storie”, si compone di due parti.

La prima più classica che mette in primo piano i personaggi di Odisseo e Calipso che sono narrati dal poeta greco Omero nel libro V dell’Odissea.

Sapio aggiunge anche il Coro che fa da cornice teatrale ai due personaggi sopracitati.

Sono versi molto colti, profondi e attuali che ci conducono necessariamente ad una riflessione sulla condizione dell’uomo, le sue fragilità, i suoi errori, le ansie e le limitazioni che fanno da apripista a quelle che sono le debolezze dell’uomo moderno in rapporto a quello che lo circonda su un fattore legato alla ricerca scientifica e l’universo, l’infinità per eccellenza, una sorte di demarcazione oltre il quale l’uomo non è nella condizione di vedere.

Ci sono come dicevo anche gli errori che ogni giorno sono messi a nudo, specie nel campo ambientale, con l’inquinamento e il processo di forte impatto e degrado del territorio.

I versi di Sapio sono preziosi e di cristallina verità, nella loro apparente arcaicità sono attuali e vivi più che mai, così recita: Dapprima si scosse dalla pelle/ le rovine dei manufatti umani/si ricordò di foreste bruciate/ di migrazioni animali/ dei salti di specie/ per le impronte ingombranti dell’uomo.

La Grecia Antica è considerata la madre per il nostro autore, da essa non bisogna allontanarsi, perché rimane fonte di saggezza, di rettitudine e di salvezza per l’uomo.

Così Calipso ad Omero nei versi di pag.20 Se non badi all’arte e all’uso/rimane la durezza/dell’eroe dipinto e frantumabile!

La seconda parte ha un costrutto libero, poesie che racchiudono stati d’animo dall’impronta altamente eterogenea come l’amore, il mistero, omaggi a poeti, desideri, la poesia e l’isolamento.

L’amore viene decantato nella lirica: “A Elisa”: Fresca compagna d’amore, ricordi il cesto di sorrisi/ che portavi ogni giorno al nostro incontro?

Anche in: “Invocazione perentoria” c’è tutto l’idillio amoroso e vocativo lo riscontriamo con i seguenti versi: Amami/per il mio dolore e per il mio timore/per diventare una colonna forte/a sostenere insieme il nostro tempio.

Splendidi anche questi versi: Amami per il bacio emozionato/e un po’ affrettato che ti darò/all’incontro/e per le dita tremanti che ti accarezzeranno il viso.

Il mistero e la solitudine li ritroviamo nella lirica “Camino De Santiago”: Non chiedermi la strada/ho vissuto, ho visto, ho dimenticato/ Ma il mio cuore no, non dimentica!

Sono versi introspettivi e carichi di pathos evocativo.

Sapio rende omaggio a Garcia Lorca, poeta spagnolo ne: “Per leggere Lorca”.

Qui il nostro autore ci da delle coordinate e degli orientamenti davvero singolari e originali: Per leggere Lorca/bisogna aver visto morire un amico/aver visto agonie lente/di vino assaporato sino a mordere il calice/ e aggiunge: Per leggere Lorca/bisogna amare la terra/averla presa a morsi/la bruna e grossa zolla/.

Nel suo poetare c’è Saffo, Walt Whitman e i suoi desideri: Voglio essere sporco e vivo/entrare nel sugo della terra/nel caldo fango iridescente/ pag.71.

La mela che rotola a terra e che nessuno aveva raggiunto sull’albero è la metafora della vita, dove sono in gioco i rischi della vita e che ritroviamo nella poesia “Da Saffo”.

Davvero affascinati i versi di “Istruzioni per l’uso” dedicati alla poesia, alla sua forte vitalità e azione salvifica, insieme al suo importante messaggio e dialoghi fra autore e lettore.

Li ritroviamo nei versi “Se ti tocca, se ti serve/ forse è già tua/moneta che custodisci nella tasca/splendida per una birra alla salute del mondo/.

Complimenti a Sapio per essere riuscito nel suo tentativo vincente di farci apprezzare la sua pregevole silloge anche per la riscoperta di un classico, sempre attuale come l’Odissea, valida per l’idea della riscoperta dell’uomo, del suo mondo interiore, complesso, variegato e multiforme.

Occasione mai vana e sempre utile per riscoprirsi e riscoprire sé stessi e l’habitat naturale.

 

                                                         Antonino Causi

 

 

 

(Nella foto: dall’alto il poeta e scrittore Antonino Causi, la copertina della raccolta poetica e l’autore Fabrizio Sapio).

 

lunedì 3 maggio 2021

ARTICOLANDO ( 42 ) : PREFAZIONE DI LORENZO SPURIO ALL'ANTOLOGIA DI POETI CONTEMPORANEI SICILIANI V.1 di JOSE' RUSSOTTI

 


 

 

 


Articolando, è una rubrica per dar voce a tutti gli amanti della poesia, dell'arte, della storia, della pittura, della critica letteraria attraverso recensioni, relazioni e articoli strettamente culturali.
Chiunque volesse pubblicare può farlo mandando i propri scritti all'indirizzo di posta elettronica
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In questo n. 42 incontriamo il Dott. Lorenzo Spurio (poeta e scrittore) che ha curato la prefazione dell’Antologia di Poeti contemporanei siciliani. Ventanni dopo il duemila vol.1

Felice lettura a tutti voi carissimi.

L’OPERA ANTOLOGICA DEI POETI SICILIANI “VENT’ANNI DOPO IL DUEMILA”  DI  JOSÉ RUSSOTTI

 

Gli studi e gli approfondimenti sulla poesia siciliana contemporanea si arricchiscono di un volume particolarmente pregevole uscito negli ultimi giorni dopo un instancabile lavoro di ricerca, studio e compilazione del poeta messinese José Russotti[1]. Il volume, Antologia di Poeti contemporanei siciliani. Vent’anni dopo il Duemila, pubblicato per i tipi di Fogghi mavvagnoti, è un tomo prezioso che si compone di trecentosessanta pagine ricche di informazioni, note biografiche, approfondimenti, commenti critici, rimandi, studi ragionati e apparati bio-bibliografici sui numerosi poeti e poetesse che ivi sono stati inseriti.

Si sa, ogni operazione antologica desta sempre attenzione e curiosità da parte dei lettori ma spesso non è scevra da opinioni contrastanti tra chi, entusiasta per la propria presenza (magari al fianco di “grandi” della letteratura, presenti anche in manuali e storie letterarie di critici eminenti) e sfiduciato e incollerito per la non inserzione, creano spesso un clima difficile da indagare.

Ruolo del curatore è quello di completare il lavoro per come l’ha ideato senza lasciarsi intaccare più di tanto dalle dicerie e dalle critiche che, dinanzi a un’operazione collettiva come questa che richiama un discorso di aristocrazie e florilegio, immancabilmente si presenta. Ce lo insegna Pier Paolo Pasolini che, con la nota antologia di poesia dialettale uscita per i tipi di Guanda curata con Mario dell’Arco nel 1952 diede adito a critiche furibonde sui cosiddetti “mancati inserimenti” o le sedicenti “gravi lacune” ma anche nei confronti de Dieci condizioni poetiche (1957) dell’anconetano Plinio Acquabona che, più che mosso dall’intenzione di creare un’antologia vera e propria, produsse un testo polifonico – nel quale pure si auto-inserì – includendo alcune delle voci poetiche del periodo che considerava importanti. Anche in quel caso non mancarono critiche. Come – lo riconosco – non ne son mancate qualche anno fa quando compilai i due corposi volumi del Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana (PoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino, 2016), con l’inserimento totale di più di 280 poeti (ciascuno con nota bio-bibliografica e un testo scelto) dalla seconda metà dell’Ottocento ad oggi. Si sa il desiderio utopico di totalità non può sussistere nell’imperfettibilità dell’uomo ed è umanamente impossibile approcciarsi in maniera globale e totalizzante in relazione a un “censimento” di questo tipo. Chiaro è che l’antologista, pur non chiarendone in maniera diretta su carta le ragioni, dovrebbe certo lasciare intendere o motivare quelli che sono i paradigmi che hanno condotto alla costituzione di un’antologia in un determinato modo.

Tornando all’operazione editoriale di José Russotti questo aspetto vien chiarito molto bene nella nota incipitaria del poeta Mario Tamburello che, in apertura ai tanti profili bio-bibliografici inseriti dal curatore, sostiene: «Una bella raccolta e, come ogni opera bella, inevitabilmente incompiuta, perché accanto ai “Grandi” e ai già selezionati, altre interessanti voci nuove sono da scoprire nello scenario letterario di Sicilia» (11). Credo che stia proprio in questo la ricchezza di un’antologia: nella capacità di non dirsi mai compiuta e completa e di richiamare sempre continue rivisitazioni, implementazioni ed aggiunte. Non solo alla luce del tempo che passa e che, puntualmente, ci consente di prendere atto di nuovi profili poetici che s’imprimono e di altri che s’irrobustiscono, ma anche per andare di volta in volta a colmare – nei limiti del consentito e delle conoscenze che è possibile raggiungere – quei “buchi” che necessitano giustamente una trattazione, seppur approssimativa e generale, almeno un sorvolo e un richiamo. La limitatezza e friabilità dell’antologia sta proprio in questo che, visto con altri lenti, non può essere che un elemento di forza visto dal critico onesto, dall’antologista premuroso e grande studioso prima di tutto come un dovere morale nei confronti della letteratura. Russotti, dal momento che lascia ben intendere che questo è solo il primo volume di non si sa quanti tomi – e dunque che è un progetto in fieri – mi pare di poter osservare che “naviga” proprio su questo tipo di ragionamento. E per fortuna. Ben dice il poeta Tommaso Romano che, nel commento conclusivo, a titolo riepilogativo dell’intero progetto, osserva che «Russotti [ha fatto] scelte libere e consapevoli, [ha proposto] un suo personalissimo modo di approccio che rimanda e invita il lettore e lo studioso ad approfondimenti scientifici ulteriori» (355).

Un’opera come questa, che si prefigge di raggrumare nelle pagine di un libro tanti (e così tanto diversi) percorsi umani e letterari necessita, oltre che di tutti questi accorgimenti critici che la dotano e la arricchiscono, di una suddivisione degli stessi contenuti. Ecco che viene in aiuto la ripartizione (senz’altro opinabile, ma in tal contesto utile per l’organizzazione) tra due macro-gruppi di poeti “I Grandi di Sicilia” e “I Contemporanei di Sicilia”. Non è una divisione netta tra morti e viventi. Tra i cosiddetti classici, il cui decesso ha marcato un percorso di chiusura e di lettura dell’opera e, semmai, la nascita di una critica fluente e coloro che, nell’attualità, sono impegnati in campo poetico. Difatti troviamo nella prima sezione dei “Grandi” voci importanti – anche a livello nazionale – quali Giuseppe Bonaviri (1924-2009), Bartolo Cattafi (1922-1979) e Nat Scammacca (1924-2005), importante ponte tra poesia siciliana e americana nonché esponente di spicco di un avanguardismo poetico. Giustamente tra i “Grandi” figurano anche (tra gli altri) i poeti Lucio Zinna (1938), Tommaso Romano (1955), Santo Calì (1918-1972) di Linguaglossa (CT)[2], autore importante per gli studi sul folklore della Sicilia orientale, Salvatore Di Marco (1932), poeta dialettale ma soprattutto fine e insaziabile saggista (autore, tra l’altro, di un pregevole saggio su Ignazio Buttitta). Notevole è il profilo del prof. Domenico Pisana (1958) di Modica, attento studioso della poesia degli Iblei con varie pubblicazioni, non solo quale poeta ma anche nelle vesti di teologo. Di Pisana è inserita la pregevole lirica “Canto dal sud est”. Mia fortuna e onore l’aver conosciuto e l’intrattenere rapporti con alcuni di essi.

La seconda sezione del volume, “I contemporanei di Sicilia”, totalizza ben cinquantaquattro inserimenti di poeti contemporanei siciliani che vivono nelle varie zone dell’Isola. Inutile e troppo didascalico citarli tutti (rimando all’indice dei nomi presente in rete); tra di essi segnalo Nino Barone (1972) senz’altro uno dei maggiori poeti dialettali del Trapanese assieme a Marco Scalabrino[3] (1952); Francesco Camagna (1961) di Marsala presente con un doloroso testo, “La strage del pane”, relativo a un tragico episodio che accadde nella centrale Via Maqueda a Palermo in pieno secondo conflitto mondiale; le palermitane Rosa Maria Chiarello (1959) e Francesca Luzzio (1950) di cui la seconda, oltre che poetessa, anche fine critico letterario e giurata in vari concorsi di poesia; Pietro Cosentino (1941) poeta e organizzatore di eventi culturali assieme a Russotti, Emanuele Insinna (1947) con un testo evocativo e una sorta di “manifesto” per la stessa antologia: “Cu voli puisia vegna ‘n Sicilia” (“Chi vuole poesia venga in Sicilia”); le cantautrici Serena Lao (n.d.) e Cinzia Sciuto (n.d.), rispettivamente palermitana e catanese; in particolare la lirica “Cancia lu ventu” della Sciuto è di formidabile presa sul lettore, capace di trasmettere grande fascino e di far sentire quel vento di cui parla sulla propria pelle; il catanese Antonino Magrì (1955), poeta ma non solo, ricercatore attento di voci poetiche locali che nel 2009 pubblicò una corposa antologia di poeti siciliani in quattro volumi; Giuseppe Pappalardo (1945), altro cultore del dialetto siciliano, attivo anche nel promuovere con eventi e iniziative sul territorio l’interesse per il dialetto siciliano e la sua letteratura. Tanti altri sono i nomi che qui trovano collocazione – mi sono limitato a citarne alcuni – ma tanti altri li conosco di persona, li ho incontrati, ne apprezzo opere e codici espressivi; chiaramente tra loro vi è lo stesso curatore dell’antologia – quale promotore culturale e poeta tanto in lingua e in dialetto – ovvero José Russotti di cui il suo Spine d’Euphorbia (2017) ha ottenuto un ampio consenso nella critica.

Russotti con la sua opera pone l’attenzione, con l’intenzione di allontanare lo spettro dell’oblio, anche su autori che, per ragioni di vario tipo, non hanno avuto la possibilità d’imporsi distintamente sulla scena letteraria o per i quali la mancanza di iniziative atte a tenere alti i rispettivi nomi sono mancate o rimaste disattese. Importante la riscoperta e la diffusione del già citato Salvatore Gaglio, stimato medico oltre che poeta e drammaturgo, di Santa Elisabetta di Agrigento venuto a mancare nel 2017. Amplissima la produzione di Gaglio – soprattutto in dialetto – che gli valse numerosi e importanti premi e che, grazie a Russotti e Piero Cosentino, ha visto la dedica, in termini recenti, in un premio letterario a Malvagna (ME). L’opera di Russotti fornisce un ampio ventaglio di possibilità di letture e di approfondimenti; le biografie, gli interessi e le pubblicazioni dei tanti antologizzati – soprattutto in campo critico-saggistico – sono talmente ampie e diversificate che ciascuno – realmente – può trovarvi approdi importanti per ulteriori ricerche, come pure sostiene il prof. Romano.

Opere come queste ampliano la conoscenza e permettono anche il sano confronto, pur nella loro conformazione didascalica – più consona forse all’enciclopedia che al volume di facile utilizzo – e sono utilissime per la loro esattezza e ricchezza di contenuti – ben lungi dalle antologie-museo – nel rendere la poesia viva e presente tra noi, anche quella prodotta decenni ormai lontani. Non è la finalità storiografica, quella di porre le biografie dei grandi nella teca chiusa e dorata della memoria e i contemporanei in teche tendenzialmente aperte nelle quali man mano si assommano materiali, lo scopo del progetto, semmai quello di rendere viva la Sicilia, tra temi, codici, linguaggi, perplessità, pensieri e paesaggi di ieri e di oggi affinché ne curiamo il ricordo e ne facciamo testimonianza.

Lorenzo Spurio


[1] Da vari anni nell’ambito dello studio della poesia mi sento particolarmente affascinato da quella che viene prodotta, oltre che nella mia Regione, in terra di Sicilia. Numerosi eventi letterari nella forma soprattutto del reading poetico da me organizzati in Sicilia a partire dal 2013, in varie parti dell’Isola, mi hanno permesso di conoscere un gran numero di poeti e di entrare in contatto con loro. Una gran quantità di materiali (poesie lette durante i reading) sono state raccolte in un ampio volume collettaneo dal titolo Sicilia, viaggio in versi (Ass. Culturale Euterpe, Jesi, 2019) da me curato che comprende le opere degli autori che dal 2013 al 2019 hanno preso parte a eventi letterari in Sicilia tenutisi a Palermo, Bagheria, Messina, Catania e Caltanissetta. Necessarie, un po’ come nel volume antologico di Russotti in oggetto, due ripartizioni all’interno del volume – in aggiunta a quella degli autori che costituiscono la parte centrale del volume – ovvero quella degli “ospiti speciali” dove figurano, tra gli altri, Maria Grazia Insinga, Salvatore Mirabile, Tommaso Romano, José Russotti e Lucio Zinna e la sezione “in memoriam” rivolta a quei poeti che ci hanno lasciato ma che vanno degnamente ricordati. Quest’ultima sezione è composta da brevi saggi critici stilati dal sottoscritto e dai poeti Antonino Causi, Antonino Magrì e Grazia Dottore sui poeti Domenico Asaro (1973-2018), Antonino Bulla (1914-1991), Maria Costa (1926-2016), Maria Ermegilda Fuxa (1913-2004), Salvatore Gaglio (1949-2017), Alessandro Miano (1920-1994), Gaetano Zummo (n.d.-2018) e Nino Martoglio (1870-1921). Quest’ultimo, chiaramente, fu regista e drammaturgo.

[2] Altro poeta inserito nella sezione dei “Grandi” originario di Linguaglossa, nel Catanese, è Senzio Mezza che lì nacque e che da anni vive a Scandicci (FI).

[3] Quest’ultimo non è contemplato in questo primo volume dell’antologia ma mi pare, comunque, opportuno citarlo.

 

 

(Nella foto: dall’alto Lorenzo Spurio (poeta e scrittore);  la copertina dell’antologia); Josè Russotti (poeta, scrittore ed editore).