Orologio Digitale

domenica 12 marzo 2017

ARTICOLANDO( 5 ) : UN ELABORATO DELLO SCRITTORE E POETA GINO PANTALEONE : JOSEPH SMITH E LA SCRITTURA CUNEIFORME




Articolando 


Articolando, e' una nuova rubrica, nasce per dar voce a tutti gli amanti della poesia, dell'arte, della storia,  della pittura, della critica letteraria attraverso recensioni, relazioni e articoli strettamente culturali. Chiunque volesse pubblicare può farlo mandando i propri scritti all'indirizzo di posta elettronica tonycausi@alice.it  grazie!



In questo n.5  troviamo lo scrittore e poeta GINO PANTALEONE con l'elaborato : Joseph Smith e la scrittura cuineiforme.  Buona lettura a tutti voi !


Joseph Smith e la scrittura cuneiforme (di Gino Pantaleone)
Palermo 7 Marzo 2017


I Sumeri furono gli inventori della scrittura che venne denominata cuneiforme, ritennero necessario inventare una maniera per affidare al futuro i loro testi. Questa non fu una scrittura o un sistema di scrittura creativo, fu un sistema di scrittura ripetitivo. Non fu composta da lettere ma da segni che si realizzarono, si ottennero, attraverso un particolare modo di composizione di tavolette di argilla nelle quali venivano incastonate delle canne, piccoli frammenti di canne di diverso spessore e di diversa altezza; questo diverso spessore e questa diversa altezza determinava una sorta di scrittura a cunei da cui il nome “cuneiforme”. Tale scrittura, ovviamente, come ha notato Pettinato, grande studioso del sistema mitico in generale e mesopotamico in particolare, facendo una sua esperienza in una biblioteca inglese, ebbe la necessità del sole, perché se non c’era il sole radente, se non c’era una fonte di luce non si riusciva a leggere. Ed ebbe nell’occhio la sua forza. La scrittura cuneiforme non concepì l’intervento dell’udito perché non era ripetuta attraverso lettere e sillabe, ma attraverso la forma che assumeva la scrittura sulla tavoletta. Cioè fu, in sostanza, una scrittura da leggere e non da tramandare oralmente. La ragione per cui fu inventata fu esclusivamente, quindi, per tramandarla ai posteri per cui possiamo capire che la scrittura mesopotamica-sumerica fu una scrittura estremamente limitante. Non ci fu alfabeto presso i Sumeri

La scoperta della cultura mesopotamica è relativamente recente. Pensiamo che nel 1968 è stato pubblicato a Parigi il testo fondamentale della cultura mesopotamica curato da Kramer e Bottero, quest’ultimo direttore del centro di studi specialistici antichi di Parigi, scuola di alta cultura, intitolato “Uomini e dei della Mesopotamia”, che raccoglieva tutti i testi apparsi nel corso del 1900 e che erano usciti dalle nebbie e dalle sabbie del deserto. Alla fine del 1800 fu scoperta la biblioteca di Ninive, semplicemente una sorta di grande antro sotto le dune con migliaia e migliaia di tavolette ammucchiate senza nessun ordine.




Joseph Smith un semplice impiegato del British Museum con la qualifica di bibliotecario, fu incuriosito da una moltitudine di tavolette accatastate nei magazzini del museo. Cominciò per curiosità, poi per passione, così a cercare di capire quale fosse il segreto di questa scrittura. Leggi oggi, leggi domani, riuscì a comprendere alcuni segni, alcuni simboli, e piano piano cominciò ad interpretare i caratteri ed il senso del contenuto delle tavolette. Si ritrovò, in pratica, ad avere un intero “retromuseo” pieno di tavolette che pervenivano continuamente dall’Iraq e a poco a poco cominciò a leggerle e a decifrarle. E’ chiaro che inizialmente fu molto perplesso; ogni tanto pero c’erano  elementi che lo riallacciavano ad un’altra tavoletta e da ciò capì che da una tavoletta all’altra c’erano dei rimandi. Così cominciò a dare un ordine mettendole una sull’altra. Con un lavoro che durò circa vent’anni, Smith ottenne una serie organizzata di tavolette che raccontavano delle storie che a poco a poco cominciò a ricostruire. Dobbiamo a Joseph Smith se noi possiamo leggere una delle più stupefacenti creazioni dello spirito umano. L’Epopea di Gilgamesh fu sostanzialmente trascritta da questo oscuro bibliotecario perché riuscì a decifrare tutto il racconto da milioni di tavolette. Grande lavoro di riordino; arrivò alla formazione e determinazione di una notevole quantità di miti mesopotamici. Dopo la sua prematura morte avvenuta a soli 36 anni, si cominciarono a pubblicare i primi risultati di questa prima ricerca. Intorno al 1915-20 si era già in grado di comprendere lo sviluppo della civiltà mesopotamica.

Quando si pubblicarono i primi risultati emersero temi così sorprendentemente familiari che indussero la società del tempo a riconsiderare l’autorevolezza della Bibbia quale fonte di verità storica.

In Germania nacque una controversia quando, il 13 gennaio 1902, il massimo studioso di assiriologia del tempo, Friedrich Delitzsch, lesse una relazione intitolata Babel und Bibel a un convegno della Società Orientale Tedesca, al quale era presente anche il Kaiser Guglielmo II. Questa lettura fu un evento storico. Le nuove ed esatte traduzioni di Delitzsch dimostravano che la Bibbia non fu, come si era fino ad allora creduto, il più antico libro del mondo, ma che era stata preceduta dalla letteratura di un’epoca anteriore. Esistevano grandi similitudini tra i due mondi antichi, ma l’Antico Testamento non poteva essere più considerato l’unica e assoluta rivelazione. Dunque l’opera di Delitzsch metteva in dubbio la fondamentale autorità della Bibbia. Lo shock prodotto da questa prima conferenza fu tale che un anno dopo il professore ne tenne un’altra, nella quale domandò ai teologi di assumere un atteggiamento più conciliante nei confronti delle sue affermazioni che essi consideravano un attacco ai testi biblici più amati e di stabilire delle regole per lo studio dell’assiriologia, nel quale non era necessario “ne accettare qualsiasi cosa ne trattare la Bibbia come immondizia”.*  Delitzsch, ovviamente perse la cattedra di assiriologia all’Università di Berlino. The Times, il giornale di Londra, pubblicò un lungo articolo in difesa di Delitzsch che affermò che il professore era stato vittima di un attacco del potere imperiale sufficientemente forte da fargli perdere la cattedra dell’Università di Berlino, perché, come semplice storico e assiriologo aveva osato entrare nel mondo delle conclusioni e delle ipotesi teologiche e religiose. Per tutto il XIX secolo la maggiore preoccupazione dei lettori era stata la legittimazione del libro sacro.

Che cosa raccontavano queste storie interpretate da Smith? Cose sbalorditive, cose stupefacenti. Parlavano della Genesi, l’Enuma Elis o Epopea della Creazione, dove c’erano incredibili parallelismi con la Genesi biblica. Parlavano, ad esempio, del Diluvio Universale. Il poema del Mito di Athrasis raccontava di un diluvio in termini esattamente identici a quelli del Vecchio Testamento, solo che al posto di Noè c’era quest’altro personaggio (Athrasis); Noè, per vedere se il diluvio era terminato, mandò fuori una colomba, Athrasis mandò un corvo, entrambi gli uccelli tornarono con un ramoscello di ulivo in becco, e l’unica differenza vera che si ha tra il racconto del Vecchio Testamento e la storia del Mito di Athrasis è che quest’ultimo fu scritto almeno 700 anni prima.

In ultimo, vorrei ricordare che nelle storie mesopotamiche c’è già scritto una storia simile al Cantico dei Cantici. C’è anche la storia di un vecchio paragonabile al Giobbe biblico con la stessa identica motivazione del giusto che soffre abbandonato dal dio. Altre coincidenze riguardano la provenienza dello stesso fondatore della tradizione ebraica: Abramo, nacque e visse a Ur, nota e mitica città mesopotamica.

Con ciò non ho voluto fare alcun panegirico o proselitismo intorno ad un Vecchio Testamento che ha le sue fonti e i suoi racconti indiscutibilmente veri. Ho voluto soltanto mettere in evidenza una realtà documentata che è stata oggetto (e continua ad esserlo) di discussioni tra archeologi, teologi, scienziati e storici sulla provenienza dei contenuti della collezione di libri ammessa nel canone delle diverse confessioni cristiane che forma la prima delle due parti della Bibbia.

Gino Pantaleone
                                                                                                    

 H. McCall, Miti mesopotamici, Oscar Mondadori, pagg. 23-24

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